Fotti-Fotti-Day

Il Fertility Day poteva essere un gran successo. Sì, perché fin dal suo annuncio si è capito subito che era una gran minchiata, o per essere meno truci, una cretinata. Stava tutta qui la genialata del Fertility day: l’aver capito che siccome la mamma dei cretini è sempre incinta, stimolare il clima di minchionanza collettiva non avrebbe che potuto fare bene al tasso di natalità del Paese.

Poi però è arrivato l’opuscolo del Ministero della Sanità con la copertina dove l’immagine degli “ariani” rappresenta il buono e giusto e l’immagine dei neri rappresenta il diavolo. Apriti cielo. La minchiata è diventata pure “razzista”. Sull’immagine non si scherza.

Sui contenuti però si può discutere perché se da un lato è vero che nell’opuscolo si parla degli stili di vita che potrebbero incidere negativamente sulla fertilità, come l’uso di droghe, di alcol, di sostanze dopanti e la sedentarietà, dall’altro lato si omette di dire che questi comportamenti si possono ritrovare in tutti i paesi sviluppati, eppure l’Italia ha il tasso di natalità più basso d’Europa. E quindi?

Quindi tra le cause dell’infertilità andrebbe trattato anche il problema del vivere in Italia e le responsabilità di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni che hanno dedicato una scarsissima attenzione ai problemi delle giovani coppie e si sono concentrati sul malloppo. Risultato: siamo arrivati al minimo storico di nascite dall’Unità d’Italia ad oggi e contemporaneamente siamo il paese europeo con il maggior tasso di corruzione. Il fotti-fotti dilaga. Detto diversamente, nonostante ci inchiappettino da ogni lato ci ostiniamo a non riprodurci. Non bisogna comunque perdere la speranza.

E se organizzassero un Fotti-Fotti-Day?

Gianpiero Caldarella

Ypsigrock bocciato: ecco perché!

PREMESSA: L’assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo della regione Sicilia ha escluso il festival Ypsigrock, che da vent’anni si organizza a Castelbuono, dalle manifestazioni degne di ricevere un contributo pubblico. Va detto che ogni anno Ypsigrok accoglie per tre-quattro giorni migliaia di spettatori da tutta Italia e dall’Europa che pagano un biglietto (attraverso il quale si ripaga gran parte dei costi di questa manifestazione) per assistere ad uno dei festival musicali più originali ed esclusivi del vecchio continente. Una manifestazione cioè che si regge sulle sue gambe e sulla qualità degli artisti proposti, a differenza di gran parte delle manifestazioni “culturali” sostenute quasi interamente dal contributo pubblico. Inoltre, Ypsigrock è seguito dalle maggiori riviste specializzate del settore e da molte radio nazionali. Infine, rispetto alle ricadute turistiche nel territorio, va anche detto che anche i comuni limitrofi beneficiano di questa manifestazione perché molti dei visitatori, non trovando più alloggio a Castelbuono, cercano una sistemazione nei paesi vicini.

Ciononostante, Ypsigrock non meriterebbe le stesse attenzioni della settimana santa di Caltanissetta o delle band emergenti di Giardini Naxos o del festival della strada degli scrittori di Agrigento. Secondo l’assessorato “i progetti sono stati sottoposti a una commissione, che li ha analizzati secondo criteri oggettivi. Nessuno scandalo”. Il personaggio Paviglianiti di Cinico Tv dei geniali Ciprì e Maresco direbbe: “Certamente!” Nessuno scandalo. Rimane solo una curiosità: quali sono questi criteri oggettivi?

SCOOP: Un informatore (che ci tiene a restare anonimo) ha ritrovato nell’immondizia, nei pressi di via Notarbartolo a Palermo dei fogli che sembrerebbero le bozze dei verbali della commissione che ha valutato i progetti. Da quei fogli parrebbe profilarsi una risposta alla domanda di cui sopra: quali sono questi criteri oggettivi dell’ASS. (ndr: traduci dall’inglese)?ypsigrock-miglior-festival-in-italia-osa20152

A voi in esclusiva la trascrizione del documento ritrovato nella munnizza:

REGIONE SICILIANA

AS SESS ORATO (ndr: ma anche scritto) ALLO SPET.TURISMO E SPOT

PER VIZIO 6 MANIMPASTAZIONI E INIZIATIVE

Criteri per la valutazione dei progetti CO.CO.Dè. e ops. presentati ai sensi del circolo mass.13 e valutati dalla Commissione gusta nota del Dirigente generale (ndr: già caporale).

Dirigente 1: A Picciuli come siamo messi quest’anno?

Funzionario 1: Soldi pochi, solo 300mila cucuzze.

Dirigente 2: E allora vediamo di essere oggettivi e di non fare minchiate, che poi sennò mi tocca passare l’estate al telefono ad aggiustare la graduatoria, che i parenti sono assai.

Funzionario 1: E allora cominciamo? Io fra un’ora c’ho l’aperitivo che mi aspetta e poi non dite che non vi avevo avvisato.

Funzionario 2: Facciamo come al solito? Io propongo 50 punti per le cose sponsorizzate da fratelli, sorelli e cugini di primo grado di assessori, politici e sponsor istiturionali.

Dirigente 1: Le cose? E chi su’ sti cose?

Funzionario 2: Le cose, gli venti.

Dirigente 2: Perchè c’è vento oggi? A me mi pare bonazza.

Funzionario 1: Va bene va’, siete un pugno di scassafatiche

Funzionario 2: Ha parlato Aistain, non cominciamo così che la cera squaglia e i premi di produzione in più sennò non ce li danno.

Funzionario 1: Ah, non ce li danno? Continua a leggere

“L’oscurato” e il “supremo narcisismo di Dio”

Rileggo “L’oscurato” sotto la luce cangiante e misteriosa dei cieli di Bretagna. Un libro in fondo è uno strano (s)oggetto, respira come noi, a volte ci fa ubriacare, altre volte si macchia di vino, perde il biancore dell’infanzia e diventa giallo o si carica di segni, sottolineature, post-it che lo fanno apparire più interessante, come fossero rughe sul volto di un marinaio. Il mio “oscurato” ha conosciuto anche la luce “ferma” e profonda che penetra a luglio nei boschi delle Madonie, in Sicilia.

“L’oscurato” in Bretagna

Il romanzo di Alfonso Leto (Navarra Editore, 2016), avvince fin dalle prime pagine, con atmosfere che ricordano “Il nome della rosa” o i racconti dell’“epica” ricerca del latitante Matteo Messina Denaro. Insomma, si legge come fosse un bel giallo ma è molto più di un giallo, i suoi colori sono veramente tanti. In ogni caso, non aspettatevi dolcezze e arcobaleni. No, i dolcini in questo libro fanno la stessa fine di quelli amabilmente donati dalle monache e gettati “dall’abbramato”, cioè l’eremita, in mezzo al bosco, come fossero “merde di capra”.

C’è il colore dell’eremo della Quisquina, in Sicilia, che è di un nero abbagliante come solo certi palcoscenici possono essere. È lì che la Sicilia e la Francia in qualche modo si incontrano, risvegliando spettri (e colori) che l’occhio umano sembrava aver dimenticato. La Storia, le storie che l’autore inietta nel romanzo, con gusto e senso della misura, si incontrano con la devozione popolare e un senso di religiosità prêt-à-porter. Il rosa della carne -quanto eros nel racconto della passione delle sante vergini- si incontra col giallo-aureola o l’azzurro-vestito dei santini che i fedeli barattano con banconote durante le feste di paese. Continua a leggere

Cera una volta

La cera una volta la si trovava dappertutto. Nelle piazze, nei negozi, persino sugli alberi. Tutto era lucido e levigato. Poi tanta gente si convinse che era arrivato il momento di sbarazzarsi delle vecchie scarpe. C’era voglia di nuove suole, tanto lucide e levigate da potersi specchiare, tanto ben fatte da poter calpestare alberi e formiche, alluci e arcobaleni.

Le nuove suole si diffusero velocemente, in pochi seppero resistere a quella scivolosa tentazione di pattinare sulla cera. Una volta che c’era, perché no?

Donne, uomini e pinguini scivolavano lontano lontano e certe volte finivano le loro corse direttamente all’ospedale. Gli infermieri erano diventati pigri e ad ogni sbarco di umanità scivolata facevano la stessa battuta: “tranquillo che ora te le facciamo noi le scarpe!”

Erano diventati tutti così scivolosi da non potersi più fermare dove volevano. Chi voleva andare al panificio si fermava davanti alla farmacia. Chi voleva andare al lavoro si fermava davanti alla prigione. Chi aveva un appuntamento con la fidanzata davanti a un cinema si fermava con la suocera davanti a una chiesa. Guai a voler prender l’autobus che si rischiava di scivolare sul marciapiede e di venire schiacciati da autisti che sembravano impazziti. Perché anche loro avevano le scarpe con la suola nuova e in più non riuscivano a togliere il piede dall’acceleratore.lumaca

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Commemorazioni segrete

Se c’è una cosa che funziona in Italia sono i servizi segreti.

Grazie al loro lavoro possiamo dormire sonni tranquilli, perché la sicurezza dello Stato è nelle loro mani. Mica si tratta di gente che timbra il cartellino e va a fare la spesa al supermercato, qua stiamo parlando di persone che per eccesso di zelo si occupano di garantire pure la sicurezza dei governanti, passati e futuri.

Epperò c’è sempre qualche prevenuto che si incazza perché dice che fanno più del dovuto, ‘sti poveri cristi. Che fino a quando si parlava dei presunti dossier sui magistrati raccolti dal SISMI, uno poteva pensare che tutto sommato pure loro, come personaggi pubblici, non possono pretendere di avere troppi segreti.

E siccome oltre alla sicurezza militare, anche la sicurezza democratica ha una sua importanza, ritorna d’attualità la notizia che pure il SISDE potrebbe aver avuto un ruolo nell’omicidio del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della scorta.00710

Se tutta questa storia fosse la trama di un brutto film di James Bond, verrebbe da dire che la Spectre italiana è la magistratura e che in nome di una presunta sicurezza si ha licenza di uccidere la giustizia.

E noi? Da spettatori possiamo sempre permetterci il lusso di tifare per i cattivi, ma sarebbe bene non dimenticare che siamo anche i minchioni dei produttori, quelli che pagano le tasse, compresa quella per l’ipocrisia di Stato.

Perché le commemorazioni non è che si possono fare in segreto, non sarebbero un buon servizio…

Gianpiero Caldarella

(andato in onda su Radio24 nel 2008)

La lunga linea

Leggerezza. Una parola che si ripete mentre sui binari, lisci e sporchi come sempre, si muove la verde carrozza che mi ha inghiottito. Gli esami, forse gli ultimi per la mia capacità di conciliare ricordi e speranze, si allontanano.

Città vissute e attraversate come dal vento, come se l’uscita, troppo vicina, imponesse una calma non naturale. Nuove città offriranno nuovi passi, lenti, lontani dai monumenti e dalle culture che si impongono. Determinare un percorso, scegliere di fermarsi o di procedere forse dipende solo dagli sguardi, da incroci dove niente è chiaro.

Se è rosso mi muovo, all’ultimo istante mi fermo e mi volto per rigirarmi e correre inseguendo un biglietto scritto qualche ora prima. È già in fuga quel pezzo di carta e come me non rispetta i semafori. Non è un trasgressore o un ribelle, forse solo un ignorante.

Tunisia 2012. Viaggio intreno con ragazzi attaccati al vagone. I piedi sporgono dal finestrino.

Tunisia 2012. Viaggio intreno con ragazzi attaccati al vagone. I piedi sporgono dal finestrino.

Fu così che monsieur Sodinonsapere e madame Curiosità un giorno finirono per sposarsi, ma la coscienza dell’immensità si trasformò in senso di impossibilità che seminò zizzania e il 29° giorno il divorzio fu celebrato. Ognuno per la sua strada ma i passi della Curiosità erano più lunghi.

Quando ebbe completato il giro del mondo, madame Curiosità si fermò a guardare l’impronta di una mano, profonda, su un muro. Si leggeva la stanchezza su quell’impronta, ma anche una certa familiarità. Riconobbe la mano del suo vecchio compagno e cominciò a chiedersi dove fosse finito, che aspetto avesse. Di certo lo aveva superato, ma pensò che se avesse fatto un’altra volta il giro del mondo lo avrebbe rincontrato. Allora affrettò il passo, rifece il giro, ma lui non c’era. Solo un’altra impronta, un po’ più profonda e poco distante dalla prima. Rifece il giro per una terza volta, una quarta e infine una quinta. Niente di fatto.

Si convinse che era inutile, che non l’avrebbe più trovato. Si fermò, sedendosi su una roccia, quando si sentì sfiorare da una mano. Era lui che l’aveva trovata. Monsieur Sodinosapere si era finalmente sbarazzato dell’immensità, sapeva racchiudere il mondo in una mano e, aprendola, prendere la curiosità per mano e mostrarle la lunga linea che aveva tracciato attorno alle sue cinque dita.

Gianpiero Caldarella

08/10/2002 h.20 Treno Roma-Modena

Affetti collaterali

Voscienza ‘bbenedica, si mittissi comodo ‘nca ora ci dobbiamo infilare un discorso. Vossìa lo sapete megghio di Nuatri che chi canta vittoria senza sapiri quello che sta facendo è come un viddanu contento di dari zappunati ‘mmenzu u mari. È un babbasuni, non ha capito niente! Lo zio Bernardo è dentro, ma loro neanche sanno quello che stanno facendo. Vossìa l’avete vista mai una chiesa che chiude perché muore il prete? Cu campa di simboli ora si può riempire la bocca, ma non la panza, perché tutta questa storia è carta di giornali che prima poi si sputa, perché col tempo perde sapore.POSTER9

Megghio così, megghio far pensare che la Sicilia e l’Italia siano cambiate, megghio far pensare che sono gli uomini a creare le condizioni e non le condizioni a creare gli uomini. E finché ci sono certe condizioni, certi uomini non mancheranno mai. Quello che conta, e lo dice uno che si chiama Denaro, non è la moneta, ma “essere fedeli alla causa”. Ognuno come può. Pare che siamo moschettieri, che lavoriamo tutti per uno e uno per tutti. Invece funziona che sono in molti a lavorare per pochi, e mai per uno solo. Ora dicono che manca il capo. Pare una barzelletta! Ma che fa, nessuno se lo ricorda che anche alla Procura di Palermo manca il capo da più di due stagioni? Davanti al Palazzo di Giustizia che c’è scritto “chiuso per ferie”? E la Sicilia democratica della maggioranza costituita, che si indigna e si batte il petto, quando arriva il momento delle elezioni, con una mano scrive e con l’altra cerca picciuli ‘nta sacchetta. Pare che siamo al nord, che ci pigghia lo scrupolo di tapparsi il naso. Quello che fuori fa puzza, qua fa sciavuru… profumo di fedeltà. I cristiani non ci mancano. Come si dice da queste parti, si chiude una porta e si apre un portone. Per ora Bernardo è dentro, che mischino, si deve pure curare, ma tutto il suo stato maggiore è tornato in libertà nelle scorse settimane: dal Castello a Lipari… Sempre a norma di legge, per carità. Quello che dobbiamo fare adesso, è dare ragione a tutti, perché sappiamo che la ragione ce l’hanno le puttane. E che nessuno si azzardi di avere nostalgia dei pizzini, perché non ce ne sarà di bisogno. O vi siete scordati di come li facciamo entrare e uscire dal carcere? Entrare e uscire, perché nessuno parla da solo. Pure questa dei pizzini sta diventando una moda e i parlamentari, come sempre, sono i primi a prendersi le buone abitudini di casa nostra. Ora vi dobbiamo lasciare, ma ricordate che quando vi diranno: “Addio Pizzini”, potete sempre rispondere: “Avete ragione”. Baciamo le mani.

Gianpiero Caldarella

(pubblicato sul mensile “Pizzino”, n.9, maggio 2006)