Il rosario leghista e i misteri della cultura e dell’identità siciliana

Nel primo mistero si contempla che la geografia è un optional. Se la Lega Nord può fare a meno del Nord, allora anche l’identità siciliana può fare a meno della Sicilia.

Nel secondo mistero si contempla come in nome dell’autonomia Alberto da Giussano si può ritenere un antenato di Salvatore Giuliano e il carroccio un prototipo di razza purissima del carretto siciliano.

Nel terzo mistero si contempla come Palazzo dei Normanni in onor della nuova dominazione sarà ribattezzato Palazzo dei Padani e la Cappella Palatina in onor del Pirellone si chiamerà Cappella Pirellina.

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Amico cane

Quanto vorrei che fossi un cane, amico mio, potremmo andare insieme a fare due passi, e poi un cane non ha problemi a spostarsi per farsi pulire il pelo, uno shampoo profumato, due colpi di forbice al ciuffo, e se ti va di culo ci scappa pure la pedicure. Lo sai che certe toilettature non se le sarebbe potute permettere neanche Cleopatra. Di questi tempi, manco il Presidente della Repubblica ha certe fortune.

Ricordo che a Parigi quasi vent’anni fa, c’era una tipa che entrava al ristorante col cane che aveva le unghie smaltate di colori diversi, uno per ogni zampa. Saro, te lo ricordi? Questione di essere cool, e sopratutto di avere cool.

Questo mondo non è fatto per camminare a schiena dritta, non lo vedi che a girare a quattro zampe si sta meglio? Prono, devi stare prono, smettila di pensare con la testa, basta leggere libri, a che ti serve? Tutti ‘sti discorsi intelligenti non sono che parole al vento nel chiuso di una stanza. Oggi ti dicono che devi parlare coi muri, amico mio. Ascolta bene, magari ti rispondono.

Na scena vista a Londra in questi giorni

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La festa del lavoro (è) intelligente?

Happy smart working! Stappiamo una bottiglia? L’Italia sembra avere scoperto il lavoro intelligente in questi mesi, il virus sembra averci fatto scoprire nuovi mondi, una sorta di Cristoforo Colombo del 21° secolo.

L’Ammerica non è più al di là dell’oceano, ma dentro casa, e anche se ogni tanto c’è bonaccia perché le reti sono sovraccariche o inadeguate e non si naviga veloci, le nostre caravelle, cioè i nostri pc sono così evoluti e intelligenti ormai da aver reso smart anche il lavoro. Diciamolo chiaramente: molti di noi si sono persino convinti di essere diventati più intelligenti dato che usano macchine intelligenti e viene detto loro che fanno un lavoro intelligente. Ci sarà qualche scienziato che prima poi riuscirà a dimostrare che l’intelligenza si trasmette per osmosi.

La domanda però era un’altra: la festa del lavoro è intelligente? Una domanda che poteva essere posta anche un anno fa o dieci o venti. Per rispondere però bisognerebbe avere chiaro il significato di due parole: festa e lavoro.

La festa per il dizionario Treccani è in sintesi il “giorno destinato alla solennità” e in senso figurato “tutto ciò che dà allegria”. Prima contraddizione: non abbiamo ancora detto cos’è il lavoro, ma lo festeggiamo non lavorando, segnandolo in rosso sul calendario. Un po’ come se esistesse la festa dell’amore e in quel giorno fossimo tutti messi a riposo sentimentale, come dire: “che culo, oggi posso pure evitare di darti un bacio”. Sul fatto poi che il lavoro rende allegri c’è da crederci, dato che in molti pensano che “il lavoro l’ha fatto il diavolo”, un personaggio certamente poco noioso e ricco di immaginazione. Chi ne sa una più del diavolo non è certo considerato un fesso.

Il lavoro, invece, sempre secondo il dizionario Treccani può essere declinato in varie forme, può essere subordinato, parasubordinato, a cottimo, part-time, occasionale, saltuario, autonomo, precario, atipico, a progetto, socialmente utile, a distanza -così definisce lo smart working il dizionario: semplicemente “a distanza”, siamo noi che gli abbiamo attribuito un quoziente intellettivo misurandolo in chilometri-, e ancora può essere interinale, in affitto, a chiamata, a domicilio, notturno, straordinario, doppio, minorile, nero, sommerso, alienato e tante altre cose. Alla base comunque il lavoro sarebbe “l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo rivolta direttamente e coscientemente alla produzione di un bene, di una ricchezza, o comunque a ottenere un prodotto di utilità individuale o generale”.

Un’immagine del film “Tempi moderni” (1936) di Charlie Chaplin

Altra contraddizione: come fa il lavoro minorile o nero o alienato ad essere di utilità individuale o generale quando esclude da questa generalità proprio chi lo esercita? Perché lo chiamiamo lavoro? Solo perché qualcun altro, magari rispettabile ed in regola ne trae beneficio? In fondo anche i criminali, che siano falsari o ladri d’appartamento applicano le loro facoltà fisiche e intellettuali ma nessuno si sognerebbe di definire la loro “applicazione” come un lavoro, se non provocatoriamente. Eppure continuiamo a chiamare così i lavoratori, migranti ed italiani, sfruttati nei campi e nei cantieri per poche decine di euro al giorno. Tanto, pensiamo che a noi non accadrà. Ma ne siamo così sicuri? Eppure ogni tanto abbiamo bisogno che qualcuno ci ricordi che i lavori che non si sono fermati durante il lockdown, quelli essenziali (i riders che fanno le consegne, i cassieri dei supermercati, gli infermieri…) sono i meno pagati, anche rispetto al resto dei paesi europei. Continua a leggere

Fase due: tutto l’amore che manca

Eravamo stati avvisati. Non si poteva accontentare tutti. Qualcuno ci sarebbe rimasto male.

Del resto gli innamorati non sono contemplati nei manuali di giurisprudenza. Abbiamo faticato e non poco per annoverare i conviventi tra i “portatori di diritti”.

Adesso però la situazione è eccezionale. Il virus è sempre lì in agguato, il Governo lavora da matti, il comitato tecnico scientifico e la task force guidata da Colao scrutano l’orizzonte. Bisogna fidarsi.

I decisori politici, a qualunque livello, regionale o nazionale, si avvalgono di esperti che sembrano deresponsabilizzare il loro operato. Le decisioni difficili sono sempre seguite da un “se dipendesse da me”, declinato nelle varie salse. In tempi lontani era “Dio che lo chiedeva”, sussurrando direttamente nell’orecchio del re, altre volte abbiamo sentito dire che “ce lo chiede l’Europa” ed oggi “ce lo dicono gli esperti”.

L’alternativa sarebbe dunque il fai da te o il balletto -due passi avanti e uno indietro- proposto da quel tanghero di Salvini & Co.? No di certo.

Se fosse possibile avanzare una proposta, dovendo governare un’intera società, e non solo l’economia e la sanità pubblica -che quella privata si governa benissimo da sola a quanto pare- mi piacerebbe che oltre ad esperti virologi, epidemiologi ed economisti, fossero consultati degli esperti di storia, di psicologia, di logica, di semiotica. Insomma, siamo così sicuri che possiamo fare a meno del sapere umanistico in una situazione drammatica come questa? Continua a leggere

Voci di carta dal 25 aprile

Il calendario del Duce oggi a una certa

suderà freddo in un’edicola deserta,

qualcuno lo appenderà a testa in giù

le mani tese verso una scollatura flou,

le orecchie ritte ad ascoltare parole fitte:

Vedi? Non sgorga latte dalla tua lupa,

oggi non son più matrona, mi chiaman pupa,

questi seni sono tutta scena e silicone,

una volta che t’abitui non fa impressione,

l’impero che sognavi oggi è tutto gossìp,

i picchiatori stan sul trono e vogliono fare i vip,

ospiti applauditi in trasmissioni scintillanti

che promettono ascolti strabordanti.”

Sì sì” risponde a denti stretti il pelatone

ma vedi quanti ancora ripetono il mio nome?”

E come no?” risponde uno da un quotidiano lì vicino

co tutti sti repubblichini e pelatini

ci facciamo un sugo all’amatriciana

che a consumarlo ci vorrà una settimana”. Continua a leggere

Quanto vale la vita di un medico?

Quanto vale la vita di un medico? Forse sarebbero bastati 150 euro a permettergli di lavorare in sicurezza. Una cifra a caso? Non proprio, dato che è di oggi la notizia pubblicata su La Stampa che in Lombardia esisterebbe un “far west” dei laboratori che effettuano tamponi a pagamento da tempo. L’accusa viene mossa dal Consigliere regionale della Lombardia Samuele Astuti che rivela: “sappiamo che ci sono laboratori che li offrono per cifre molto variabili, alcuni a 150 euro, altri pure il doppio”.

Forse adesso si capisce meglio perché in queste settimane, proprio quando i medici morivano a decine anche per la mancanza di test che gli permettessero di lavorare in sicurezza, ci sono stati diversi personaggi del bel mondo patinato che hanno affermato di aver fatto il test ed essere risultati negativi, con grande sollievo dei loro fans.

Possibile, eppure, uno degli istituti chiamati in causa, come il San Raffaele, avrebbe replicato, sempre secondo la Stampa, che “i tamponi sono stati eseguiti negli ambulatori San Raffaele Resnati in regime di medicina del lavoro fino a una decina di giorni fa, ad alcune aziende o Rsa che chiedevano di poter lavorare in sicurezza. Ma che a nessun privato nemmeno a pagamento è stato effettuato il test”. In sostanza, chiosa il giornalista Fabio Poletti, “aziende private in convenzione pagavano per quello che non riuscivano ad ottenere dalla sanità pubblica”.

Benissimo, una mezza ammissione di come funziona la sanità privata, cosa più che prevedibile dato che già 15 anni fa il vignettista Mauro Biani, parlando della Sicilia, scriveva: “ci siamo accreditati fino al collo”.

Una vignetta di Mauro Biani pubblicata sul mensile di satira “Pizzino”, giugno 2016

Ma quella era la Sicilia, mica l’operosa Lombardia. Oggi, invece, un sistema sanitario regionale che si definisce all’avanguardia come quello lombardo, sembra non accorgersi che si potevano fare da tempo più tamponi a quelli che erano i soggetti più esposti, cioè i medici. Tanto tempo perso a parlare di guerra e di trincee e poi mandare “in prima linea “i medici lasciando che le aziende, alcune aziende e personaggi vari avessero la priorità. Continua a leggere

Conte fa più paura del coronavirus?

Diciamoci la verità, il premier Conte non rappresenta direttamente nessuno, è figlio di un compromesso che fa ombra ai dirigenti del Pd e a quelli dei 5 stelle. In più questa alchimia parlamentare ha finito per “affamare” i sovranisti come Lega e Fdi e i “moderati” di Forza Italia.

Non c’è nessuno dietro a Conte. Eppure. Già, eppure è successo qualcosa che nessuno si aspettava in questi mesi. Difficile dirlo in poche righe. Da quello che appare finora, Conte si è dimostrato autorevole ed affidabile (cioè degno di fiducia) tanto di fronte alla presidenza della Repubblica che di fronte alla comunità internazionale.

Il problema “nella comunicazione” è qualcosa che ha radici molto più profonde e lontane. Fino a meno di un anno fa sembrava che buona parte degli italiani preferisse essere guidata da personaggi che invocavano “pieni poteri” lasciando intendere che solo una svolta autoritaria poteva salvare la situazione. Il tutto in nome di un sovranismo che già era chiaro come fosse del tutto inadeguato in tempi di globalizzazione ed accordi internazionali. Oggi che si parla di pandemia, a maggior ragione il sovranismo sembra una barzelletta. Dove sono i sovranisti alleati dell’opposizione? L’America di Trump che cerca di avere il vaccino in esclusiva? I paesi del blocco di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca) che bloccano gli aiuti destinati all’Italia? La Gran Bretagna che fa più giravolte di un ballerino di Flamenco?

Per dirla tutta anche i Paesi a vocazione “europeista” come la Germania e non solo hanno mostrato ancora una volta il loro volto spietato dimostrando di non aver capito che andando in ordine sparso si può realizzare un guadagno immediato ma a medio e lungo termine ci si può solo perdere. La Germania, prima esportatrice d’Europa, attua un blocco su prodotti medicali e sanitari vitali per i paesi alleati. I paesi ricchi possessori di parte del debito italiano -e non solo- non intendono rinunciare ai loro guadagni speculativi sullo spread. E tanto ci sarebbe ancora da dire. Continua a leggere

Decalogo per il tavernaro palermitano in tempi di coronavirus

1) Il tuo vicino di bancone non ti da più la mano? È un vastaso, lassici dari u’ culu.

2) Niente baci e abbracci. Vai direttamente al sodo. Oppure mettiti un preservativo pure in testa. Poi però non ti lamentare se ti chiamano testa di m.

3) Sei senza fazzolettini e devi starnutire? L’olio delle panelle ammazza pure u megghiu virus ca si senti.

4) Mantieni la distanza di un metro. Comu ti l’ha’ diri? Senza ammuttari! Arrasati!

5) Con la mascherina la vita del bevitore non è facile, vero è, ma manco ti devi presentare con l’imbuto ‘mpiccicatu cu scocci. Fai impressione. E cu ti senti, dottor Aus?

6) Se qualcuno ti lascia mezzo bicchiere, rifiuta. O sano o nenti. Questa lezione non te la scordare, puru ca passa l’epidemia.

Bartolomeo Manfredi, Riunione di bevitori, 1620

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Processare Salvini per la nave Gregoretti è una minchiata

L’autogol è fatto. I grandi strateghi della maggioranza forse non si rendono conto che comunque vada a finire sarà una catastrofe. Per più motivi.

Il primo e il più ovvio è che gli avversari politici si combattono politicamente soprattutto su questioni che attengono il “palcoscenico” o se preferite il “ring” della politica. A meno che sia Tangentopoli che i decennali processi su Berlusconi non abbiano insegnato nulla.

Il secondo motivo è che se l’attuale leader della Lega dovesse essere assolto ne uscirebbe rafforzato e ci toccherà aspettarci politiche ancora più repressive nei confronti dei migranti. Se al contrario dovesse essere condannato quello che si rischia è di trasformarlo in “martire” e scatenare dal basso una violenza finora solo accennata nei confronti di tutti quelli che sono ritratti come nemici degli interessi del popolo italiano, della patria e dei suoi valori.

Matteo Salvini e Giulia Bongiorno
Photo Roberto Monaldo / LaPresse

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L’antimafia da bere e quella da stroncare. Il caso Colajanni

Cos’è diventata l’antimafia? Tre anni fa pubblicai un libro dal titolo “Frammenti di un discorso antimafioso” dove -per farla breve- prendevo in rassegna fatti e comportamenti che nella storia di questo Paese e della Sicilia in particolare, lasciavano intendere che la mafia non è mai stata combattuta veramente fino in fondo. Troppi errori, troppe connivenze. Chi ha provato a combatterla con tutto sé stesso è stato spesso isolato dalle istituzioni, dai colleghi di lavoro, dalla società in genere. Ma era il 2015 ed emergeva prepotentemente un nuovo fenomeno, quello dei “mascariati”, di quelli che indossavano la maschera dell’antimafia d’apparato (casi Helg, Montante..) per poter più agevolmente mettere in atto condotte illecite o addirittura paramafiose.

Negli ultimi tre anni, poi, sono successe varie cose che mi hanno inquietato, come l’accanimento investigativo contro il giornalista di “Telejato” Pino Maniaci che aveva denunciato per mesi in totale solitudine la condotta del giudice Silvana Saguto, responsabile della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, cioè dei beni confiscati. Tre anni di intercettazioni per contestare una presunta tangente di 364 euro se non ricordo male (300 + iva insomma). E adesso anche “Libero Futuro”, l’associazione antiracket fondata da Enrico Colajanni, si trova “condannata” a non poter fare il suo lavoro (più di trecento imprenditori assistiti in questi anni nelle denunce contro il pizzo) a causa di una interdizione prefettizia, in quanto sospettata di avere sostenuto imprenditori collusi con la mafia. Un’accusa infamante, certo. Il fatto è che Enrico Colajanni lo conosco da molti anni, ancora prima che muovesse i primi passi nel mondo dell’antimafia e so quanto sia generoso e corretto, fino allo sfinimento. Sarebbe incapace di approfittarsi di chiunque ma molto capace di aiutare tanta gente.

LO SO.

Ne ho avuto più volte dimostrazione. Cosa distingue allora Enrico dai tanti paladini e soloni dell’antimafia che non hanno mia avuto problemi o porte chiuse in faccia? A mio avviso la differenza sta nella grande onestà intellettuale, nella capacità di non tacere anche quando la giustizia si trasforma in una sorta di affare privato, dove è meglio non mettere il becco sui comportamenti equivoci o palesemente scorretti da parte di alcuni settori delle istituzioni. Chi glie lo faceva fare sennò a prendere le difese di Maniaci o del prefetto Caruso che per primo sollevò il caso dell’anomala gestione dei beni confiscati? In fondo per i farisei della legalità erano solo dei perdenti, meglio lasciarli perdere. Solo così sarebbe stato più facile fare “carriera”. Meglio non sporcarsi le mani e affidarsi alle veline del palazzo.

Il fatto è che se si opera nell’antiracket, cioè se si cerca di convincere e sostenere degli imprenditori a denunciare coloro che li taglieggiano, bisogna anche essere autorevoli, cioè credibili. In poche parole, le vittime del racket sanno che rischiano, pertanto non intraprenderebbero mai un percorso di denuncia se sospettassero che il loro interlocutore sia un “fasullo”. Deve quindi essere qualcuno che non ha paura di parlare chiaramente e di rischiare anche lui.

Gli uomini dalla doppia faccia, i farisei, invece hanno dallo loro l’autorità, ma a volte mancano di autorevolezza. E quella non la dà il 27 del mese o le buste paga belle gonfie, ma è la storia personale che parla per noi. Quando si crea un cortocircuito, come in questo caso, chi ci perde siamo tutti noi. Sacrifichiamo gli uomini migliori affinché i mediocri conservino le loro posizioni di privilegio. Così si mettono le basi per un Futuro Poco Libero.

In questo momento Enrico Colajanni è in sciopero della fame. Mi piacerebbe poter fare di più per quest’uomo che ha reso migliore la Sicilia.

Gianpiero Caldarella

PS: Ti invito a sostenere Enrico Colajanni attraverso questa pagina:

https://www.facebook.com/events/1214291595394919/