Charlie Hebdo, satira e tabù

La satira è l’espressione più limpida della pluralità dei pensieri. La libertà, giusto per fare un esempio, è una invenzione del Pensiero. E il pensiero, quindi, viene prima della libertà. Poi ci sono i pensieri, plurale. Tanti. Quelli possono e dovrebbero coesistere, nel rispetto reciproco.

Una redazione di satira non è un blocco di granito e al suo interno -Vincino docet- ci sono spesso degli scazzi dettati da punti di vista e opinioni diverse sullo stesso argomento da trattare. Un dettaglio non di poco conto, che fa la differenza con altri modelli di giornale, più “composti” e compatti, dove la linea editoriale è spesso preconfezionata e l’obbiettivo è quello di parlare ai proprio lettori, rassicurandoli, perché in fondo questi ultimi sanno già che il “loro” giornale la penserà come loro e utilizzerà il “loro” linguaggio. Un giornale di satira invece lavora costantemente sul limite, danza sul filo del rasoio con le sole armi dell’intelligenza e dell’irriverenza, riducendo al minimo lo spazio riservato ai tabù, a ciò che mai e poi -per i benpensanti- andrebbe detto pubblicamente. Un giornale di satira lavora per stupire i suoi lettori e non certo per rassicurarli o peggio ancora per intimorirli, per creare nuove paure.

Va anche detto che le conquiste ottenute nel tempo dai giornali di satira non valgono per sempre, sia in termini di linguaggio che di contenuti. Basti pensare a quello che è successo in Italia dove, dagli anni ’70 ai ’90 del secolo scorso, molti periodici di satira (dal Male a Tango, da Boxer a Cuore…) hanno dato scandalo pubblicando contenuti che sarebbe stato difficile riproporre negli anni successivi. Se non altro perché i periodici di satira in Italia si sono estinti, ma essendo stato testimone e protagonista dei pochi sprazzi di satira cartacea rimasti (da Pizzino a Emme -supplemento de l’Unità-, a Il Male di Vauro e Vincino), posso affermare con cognizione di causa che lo spazio riservato ai tabù negli ultimi vent’anni in Italia è aumentato. È la società ad essere cambiata, dicevano. Sarà così, ma forse può essere interessante guardare a questi cambiamenti con gli occhi della satira.

Giusto per fare un esempio, l’11 gennaio 2008, esattamente 7 anni prima della strage a Charlie Hebdo, succedeva che il Corriere della Sera tuonava per una vignetta di Marco Tonus, pubblicata su Emme. La vignetta metteva in scena un sacerdote “giocondo” che diceva: “Volete amarla senza che rimanga incinta? Sceglietela sotto i 10 anni”. La reazione -assolutamente legittima, intendiamoci- del Corriere è stata questa: “mi chiedo: come farà «l’ Unità», che ospita certe battute nel suo supplemento satirico, a sostenere credibilmente che il Pd è davvero un partito nuovo, nel quale due diverse culture politiche, quella ex comunista e quella cattolica democratica, si starebbero effettivamente amalgamando? E come faranno, d’ altra parte, gli ex esponenti della Margherita a guardare certe vignette dell’ormai «loro» giornale senza provare qualcosa che non sia, semplicemente, disgusto?”. (http://archiviostorico.corriere.it/2008/gennaio/11/Umorismo_democratico_co_9_080111033.shtml)

In qualche modo la “richiesta” del Corriere era quella di affidare al Partito Democratico la patata del censore, in nome del buon gusto e della coerenza con i valori democratici di un “partito amalgama”. In sintesi, era il Tabù che ricompariva. Non si poteva parlare della pedofilia dei preti, quantomeno non in quel modo. Esempi di questo tipo se ne possono fare a bizzeffe, basti pensare anche allo striscione con su scritto “I love Milingo”, mostrato in occasione della visita di Papa Ratzinger a Palermo e al putiferio che si è scatenato con il sequestro dello striscione. Ci mancavano solo i marines!

Ora allontaniamoci un attimo dai casi concreti e torniamo a volare.

La storia delle idee ci insegna che grazie al Pensiero l’uomo ha inventato i numeri. L’umanità sa contare da millenni. Sa cos’è una quantità, si organizza per “maggioranze”. Ma il Pensiero sfugge alle leggi dei numeri, questo vuol dire che il pensiero dei più non necessariamente è il pensiero giusto. Che sia un pensiero condiviso, o semplicemente imitato, o peggio ancora accettato gioco forza, quel pensiero della maggioranza non può pretendere di essere il solo.

Eppure la storia ci insegna che esistono forze (politiche, economiche, religiose, ideologiche…) che in luoghi e momenti diversi hanno spinto per ridurre al minimo la pluralità dei pensieri. Lo strumento che queste forze usano si chiama propaganda. L’esatto opposto della satira. Sì perché la satira, al di là del politicamente corretto e menate di questo genere, non solo spesso si schiera in difesa delle minoranze ma le crea, perché il suo lavoro è creare nuovi pensieri. Il suo lavoro è esplorare il non detto. Per questo , quello che è successo a Charlie Hebdo è un abominio, non è solo un attacco alla libertà di espressione o alla libertà di pensiero, è un tentativo di uccidere il Pensiero che genera pensieri. È un tentativo di rendere singolare una pluralità, di creare un arcobaleno di morte fatto di un unico colore, il nero. Va condannato questo gesto, senza se e senza ma. Non possiamo e non dobbiamo permetterci un nuovo medioevo.

Allo stesso tempo se un’intera società si affanna nel dire “Io sono Charlie”, cioè “Io sono la satira”, con la consapevolezza di essere già maggioranza, allora questo può diventare preoccupante. La ragione di questo timore è che si spoglia la satira della sua ragion d’essere, quella di essere il frutto amaro -per qualcuno- del pensiero delle minoranze, degli esploratori, dei distruttori di tabù e la si carica di una responsabilità, quella di rappresentare i valori di un’intera società o peggio ancora di una nazione.

Pertanto fa un certo effetto vedere che a Parigi tanti Capi di Stato marciavano uniti, a volte tenendosi a braccetto, per difendere il valore della “libertà di espressione”, quando in molti dei Paesi che rappresentano non solo non esistono di fatto dei giornali di satira -e a questo punto potete immaginare il perché- ma le istituzioni lavorano attivamente per ridurre lo spazio del Pensiero e del dissenso, ricorrendo spesso e volentieri alla potentissima arma del Tabù, che spesso precede l’uso della forza fisica di cui gli Stati dispongono.

E, per chiudere, fa specie vedere come in Italia il dibattito, soprattuto quello televisivo, sia tanto appiattito rispetto alla solita questione: immigrazione uguale disastro, naturalmente declinato nelle sue tanti varianti. Poca voglia di comprendere quello che è successo e che sta succedendo, molta voglia di scatenare la paura del vicino, di affermare una differenza e un’identità attraverso il disprezzo dell’altro e del suo credo. Stiamo parlando di disprezzo e non di dissacrazione. La satira dissacra, non disprezza. Il disprezzo poi, quando passa attraverso la propaganda -che sia quella di un partito “che ci ha marciato” o di un giornale che vende più copie- genera mostri, si nutre di ignoranza e di paura. Un pensiero violento genera azioni violente. Anche far finta di non saperlo è un gesto a suo modo criminale, che prepara il terreno per nuovi orrori.

Quanti altri Charlie nasceranno oggi? Quanti altri Cherif?

Gianpiero Caldarella

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