Migrazioni: quando il teatro abbatte le frontiere mentali

Il 10 febbraio sono stato a Liegi, a un’ora di treno da Bruxelles, per vedere lo spettacolo teatrale “Ceux que j’ai rencontrés ne m’ont peut-être pas vu” (trad: “Quelli che ho incontrato forse non mi hanno visto”), prodotto dalla compagnia Nimis Group e rappresentato all’interno del Festival internazionale delle arti di scena di Liegi. Sarò sintetico e arrivo subito alle conclusioni: raramente mi è capitato di assistere ad uno spettacolo tanto intenso, molto ben costruito dal punto di vista artistico e soprattutto tanto carico di senso“politico”, nell’accezione più nobile del termine, dove il valore della denuncia va di pari pari passo con quello della sensibilizzazione del pubblico.

Uno dei momenti dello spettacolo

In scena ci sono 14 attori, di cui sette professionisti e sette richiedenti asilo. Per arrivare a questa tappa dello spettacolo ci sono voluti quasi tre anni di lavoro, di racconti, di scambi di esperienze, di raccolta di informazioni, di viaggi,

tra cui quello a Lampedusa dove ho avuto il piacere di conoscere nel 2014 alcuni attori della compagnia. Una mole immensa di dati che poi è stata trasformata poeticamente in narrazione teatrale, viva, senza retorica, frizzante, attuale, che indaga sulle cause delle migrazioni cioè su quello che succede nei paesi di partenza e su quali sono le responsabilità oggettive dell’occidente, sulla politica di controllo delle frontiere dell’Unione Europea, quindi su Frontex, sul suo budget e sulle aziende che traggono profitto da questa situazione. E ancora sulle toccanti testimonianze di chi ha passato la frontiera rischiando la vita, sui percorsi molto spesso frustranti che i richiedenti asilo devono attraversare per avere un pezzo di carta che gli permetta di ricostruire un’identità, sulla gioia di essere arrivati in quello che credevano il paradiso e sull’inferno della reclusione che spesso sono costretti a subire. Il “sistema Europa”, visto da vicino, sembra esplodere in una serie di contraddizioni e paradossi (“tutti hanno diritto di lasciare la propria terra”, ma poi? nessuno è in dovere di aprirti la porta) nel momento in cui le regole si traducono in atti, in momenti di incontro tra il richiedente asilo e il burocrate della commissione che deve vagliare la sua domanda o che deve indirizzarlo al lavoro.Per non parlare del ruolo del cittadino medio che poco o nulla sa dei fatti legati alle migrazioni e reagisce nei modi più assurdi. Insomma, non mancano i momenti di ilarità, ma a prevalere sono soprattutto i momenti che toccano l’anima, dove gli attori quasi si spogliano del loro ruolo di personaggio e ti fanno partecipare all’intimità della loro storia. Che poi le storie, quelle vere e che contano sono quelle che nascono dallo scambio e dall’incontro con l’altro e, finita la rappresentazione, in un momento di incontro e dialogo con il pubblico, si scopre che qualcuno dei richiedenti asilo, grazie a questo spettacolo ha trovato una sua direzione nel teatro, ha deciso di farne una professione e si è anche iscritto al conservatorio. Insomma, il teatro è finzione, è vero, ma fino a un certo punto. Uno spettacolo, in definitiva, dove si impara molto. Non solo su quello che significano le migrazioni e le politiche migratorie, ma soprattutto su quello che bisognerebbe intendere per sentirsi -e non solo definirsi- “esseri umani”. Non basta infatti il proposito che è scritto nella Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo: “Ogni uomo ha diritto alla vita”.

Gianpiero Caldarella

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