Intervista impossibile a Paolo Borsellino

Dottor Borsellino, lei è stato un giudice combattente, pensa che il suo esempio sia stato raccolto da qualche altro magistrato?

Spero proprio di no. La nostra forza era nella squadra, nessuno di noi singolarmente sarebbe stato in grado di sconfiggere la mafia. Ho portato avanti il mio lavoro fino alla fine solo per coerenza, perché ho una dignità, ma sapevo che avrei perso la guerra. Alla fine ero solo ed essere soli è qualcosa di peggio che stare dalla parte sbagliata, significa essere privati della propria parte ed accorgersi del grande bluff.

Di che bluff sta parlando? Lei è un uomo di Stato, delle istituzioni…

Sì, è vero, sono sempre stato un uomo fedele alle istituzioni, ma adesso vedo le cose più chiaramente. Prima mi ha chiesto se sono stato di esempio e le risposto che spero di no. A me basta essere rispettato per la vita che ho fatto e non per come me ne sono andato. Non voglio tutte queste riverenze né essere adorato come un santino. Sono cose che distraggono. Prendono tempo ed assorbono attenzione. Attenzione che invece bisognerebbe rivolgere verso un’altra parte, verso le mafie e verso quelle persone che inquinano la convivenza civile agendo in gruppo e non da soli. A loro fa comodo la storiella dell’eroe che salva il mondo. Più persone credono al superman di turno e più tramonta l’idea che solo il gioco di squadra può fare risultato. Quando poi ti accorgi che una parte della tua squadra rema contro, allora hai perso la partita, è quello il grande bluff…

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Sì, ma c’è qualcosa che non torna, manca il movente. Perché degli alti rappresentanti dello Stato dovrebbero tradire la loro storia e quello Stato che hanno servito e costruito per decenni?

Io mi sono fatto un’idea. Non pretendo che la condividiate. Si potrebbe dire per paura che qualche altro politico facesse la stessa fine di Salvo Lima. O per avidità, perchè la mafia corrompe e in certi casi non ha neanche bisogno di fare lo sforzo, perchè già si trova di fronte delle persone marce. Oppure per necessità ed è questa la ragione che mi convince di più. Non dimentichiamoci che non stiamo parlando di uomini ma di istituzioni. La storia di questo Paese, da Portella della Ginestra in poi, lascia pochi dubbi in proposito. Se lo Stato ha la sua ragione, anche la mafia ha la sua ragion di Stato. Sono le gambe che reggono lo stesso tavolo, se provi ad allontanare una gamba dall’altra o se la sposti e la avvicini troppo all’altra, il tavolo rischia di cadere e anche l’altra gamba sarebbe travolta. C’è bisogno di una certa distanza fra stato e mafia, ma non troppa, solo quella necessaria. È una questione di equilibrio.

Per come la presenta, la questione sembrerebbe irrisolvibile.

Non ho detto questo. L’illusione che i magistrati siano dei pionieri che debbano rivelare nuovi orizzonti alla società ha fatto un gran danno alla Sicilia e all’Italia. Io credo che la magistratura generi sì una possibilità di riscatto all’interno della società, ma questa si traduce in mutamento sociale solo se accompagnata da altre spinte, dal mondo della scuola a quello del lavoro. Anche lì è necessario un lavoro di squadra. Ecco, se riusciamo a far emergere nuovi valori su cui si regge la società e lo Stato, allora per la mafia non ci sarà più posto. Fino ad allora ci sarà sempre da stare in trincea, magari per difendere quegli stessi uomini che poi proveranno a farti fuori.

Tornerebbe a vivere a Palermo se potesse?

Sì, perché è una città di carattere, come ce ne sono poche al mondo, dove il tempo sembra scorrere diversamente. Per i turisti ci sono il sole, l’inverno tiepido, la pasta alla norma, i monumenti arabo normanni e mille altre cose. Per chi a Palermo ci vive invece ci sono le scosse, piaceri e turbamenti, contrasti forte che amplificano l’intensità del vivere. Come se in quella città ci fossero concesse più delle emozioni che è possibile vivere in una vita sola. E poi, me lo lasci dire, da tempo Palermo e la Sicilia sono studiate anche all’estero per la loro capacità di sciupare risorse e competenze, ma c’è un settore, quello investigativo-giudiziario, dove siamo davanti a tutti. Giudici e poliziotti da ogni parte mondo vengono qui per capire come lavoriamo. Praticamente siamo un’anomalia dello Stato. Ci sarebbe quantomeno da chiedersi il perchè da una parte regna la cialtronaggine e il lassismo e dall’altra l’ingegnosità e il rigore. Ma io non sono un sociologo, sono un magistrato. E stare qui è come stare nella Silicon Valley per un informatico o al Cern di Ginevra per un fisico delle particelle. Mi diverto!

Ps: prima di congedarsi, lontano dai microfoni, il procuratore Borsellino mi chiede quando la finiremo di stampare libri di storia per le scuole dove il suo nome sta sotto il titolo “Stragi di mafia”. Sostiene che così facendo non solo violentiamo la storia, ma pregiudichiamo il futuro di quei ragazzi che rischieranno di fare lo stesso errore di quelli che sono venuti prima, e cioè fidarsi di chi non dovevano. Gli rispondo che non lo so, che la storia la stiamo ancora costruendo. E ci manca tanto quell’agendina rossa.

 Gianpiero Caldarella

Pubblicato su “Balarm”, n. 27, luglio 2012

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