RAI: pagherete di tutto, di più

Secondo i suoi canoni (quelli Renzi), il pagamento del canone Rai in bolletta è una genialata, perché pagherebbero tutti e pagherebbero di meno. Perché dovrebbero pagare tutti? Perché la paura che scatta nel contribuente è quella che gli staccano la luce. Così facendo, però, la previsione è che si raccoglierebbero molti più soldi rispetto a quello che è il fabbisogno della Rai, e questo denaro finirebbe nelle casse dello Stato, che potrebbe usarlo tanto per la riduzione del debito, quanto per pagare pensioni o mazzette d’oro.

Quindi va da sé che mentre pagheremo il canone Rai, in realtà staremo finanziando di tutto, di più. Una volta c’era la tassa sul pane, che tutti consumano da sempre. Paghi il pane? Bene, ci finanzi il collier della regina o della duchessa. Oggi qualcosa di simile vorrebbero spalmarlo sulla bolletta della luce. Va benissimo, i tempi cambiano e non usiamo più le candele. Però, a questo punto, un po’ di osservazioni sarebbero lecite.

Renzi-RaiVuoi che pago il canone Rai? Allora fammelo pagare il giusto, 50 o 60 euro o quello se serve ma non di più. Vuoi che pago il canone Rai? Allora trasforma la Rai in un servizio pubblico, il che significa che gran parte delle scelte operate a Viale Mazzini dovrebbero essere gestite dai cittadini attraverso meccanismi da creare e smetterla di considerare quell’azienda come una grande torta che i partiti si spartiscono da sempre. Vuoi far pagare qualcosa a tutti? Allora fai in modo di offrire qualcosa a tutti, anche a chi la tv non la guarda o la detesta. Mi spiego meglio: l’editoria italiana è in crisi da anni, i giovani giornalisti (fuori dalla Rai) sono pagati peggio degli sguatteri, i piccoli editori chiudono uno dopo l’altro, il concetto di pluralismo è seriamente in crisi e con esso l’idea stessa di democrazia.

I soldi in più, se mai ce ne fossero, dovrebbero servire in primis a finanziare questi soggetti e le loro iniziative che spesso svolgono un servizio pubblico non meno importante di quello della Rai. Mi chiedo perché in Francia se metti su una piccola rivista con un certo livello di qualità vivi del tuo lavoro e sei sostenuto dallo Stato e in Italia sei costretto a chiudere perché lo Stato esattore ti cerca solo al momento che devi pagare. Sto esagerando? Mica tanto, l’elenco di esperienze di questo tipo sarebbe lunghissimo da fare. Ne farò uno, che mi riguarda, dal 2005 al 2007, portavo avanti una rivista satirica antimafiosa, “Pizzino”. Dall’Italia e dall’estero ci hanno riconosciuto qualità editoriale e coraggio, premi sia sul fronte della satira (Forte dei Marmi) che su quello antimafia (Premio Rocco Chinnici), centinaia di abbonati, nessuna pubblicità, presenza nei quartieri difficili. Due anni di vita e poi lo stop, noi non facevamo servizio pubblico, potevamo morire, meglio guardare un programma di cucina o di gossip della Rai, quello sì che fa diventare buoni cittadini. Vittimismo? No, per nulla, semplicemente nessuna ragione per credere ancora a delle “democrazzate” per quanto rivestite di seta e presentate col sorriso.

E invece sono andati avanti quelli che i soldi pubblici sapevano come farli arrivare ai giornali, magari con sistemi “puliti” come le pubblicità istituzionali, i giornali politici o con sistemi meno “puliti” come il sistema Giacchetto che in Sicilia ha fatto splendore e di cui molte testate hanno beneficiato. Eppure sarebbe bastato permettere a qualunque giovane o persona a basso reddito di avere un bonus (anche poche decine di euro) da spendere in giornali, sarebbero poi stati loro a decidere se comprare Pizzino o Il Giornale di Sicilia. Lasciare libertà di scelta o trovare comunque altre soluzioni. Non dovrei essere io a dirlo, ma l’Ordine dei Giornalisti, la Federazione degli Editori o le associazioni dei Consumatori o chiunque abbia a cuore il problema del pluralismo e dell’analfabetismo di ritorno e invece silenzio. Oppure, vogliamo dirlo a chiare lettere che i piccoli editori danno fastidio? E allora finanziamo i teatri che stanno chiudendo, la cultura, diamo un segnale che qualcosa in questo paese si può fare.

Pagare di più a volte lo si può chiedere, ma pagare di tutto no.

Gianpiero Caldarella

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