Maniaci, la mafia nelle redazioni e la Commissione Antimafia

Si può parlare di “informazione contigua, compiacente o perfino collusa con le mafie”? Sì, lo afferma la Commissione parlamentare antimafia nella relazione dedicata a “Mafia, giornalismo e mondo dell’informazione” resa pubblica i primi di agosto del 2015, meno di un anno fa.

Certo, una relazione della quale non si è parlato tanto, certamente non quanto si è discusso del caso Maniaci, eppure un intero capitolo di quella relazione, il quarto, porta come titolo “I condizionamenti all’informazione”. Lì si parla -tra gli altri fatti documentati- delle frequentazioni tra l’ex direttore del Giornale di Sicilia, Federico Ardizzone, e l’ex capo della cupola Michele Greco, il “Papa”. Si parla dell’ex cronista di nera Montaperto dello stesso giornale che, per sua stessa ammissione, “era una sorta di public relation man di alcune storiche famiglie dell’aristocrazia mafiosa, i Teresi e i Bontate”. Si parla della partecipazione del condirettore del GdS, Giovanni Pepi, al matrimonio di Pino Lipari, considerato il ministro dei lavori pubblici di Provenzano. Per non parlare di quanto succedeva sull’altra sponda della Sicilia, quella orientale, dove a regnare è il quotidiano La Sicilia e il suo editore/direttore Mario Ciancio Sanfilippo. In un episodio fra i tanti di cui si parla, si racconta “la vicenda del pesante intervento di Ciancio nei confronti di un giovane redattore del suo giornale, Concetto Mannisi, che alla presenza di uno dei capi di cosa nostra catanese, Giuseppe Ercolano, fu pesantemente redarguito da Ciancio che gli disse «tu non devi più nominare questa persona come boss mafioso anche se te lo dovessero dire i Carabinieri!». Chiaramente l’azione fu assolutamente intimidatoria e venne fatta di concerto con la volontà del capomafia (Giuseppe Ercolano che era presente all’incontro fra Ciancio e Mannisi, ndr.).”

Bene. Quel documento che dovrebbe essere un punto di partenza per chi vorrebbe capirne qualcosa di più su queste “relazioni pericolose”, sembra non interessi nessuno. Un giorno dopo la pubblicazione era già dimenticato. È molto più facile concentrarsi sulle vicende personali e sentimentali di Pino Maniaci. Guardacaso in quella relazione si parla anche di lui.commissione antimafia

Una volta lo fa il giornalista de la Repubblica Enrico Bellavia, sentito dalla Commissione il 18 luglio 2014. In quell’occasione, Bellavia afferma: “Io ho avuto la grande fortuna di lavorare in una grande città, Palermo, il che consente comunque un certo anonimato nel privato. Cosa diversa è per chi lavora in un piccolo centro. Penso al collega Dino Paternostro a Corleone, a Cosimo Di Carlo a Corleone, a Pino Maniaci a San Giuseppe Jato e a Partinico… In un posto piccolo il boss lo incontri al bar. Al bar lui sa quanti cannoli comprerai per andare a pranzo dalla suocera, dove vanno a scuola i tuoi figli, che percorso fanno, chi frequentano, chi vedono, quali interessi hai coltivato nella tua vita, dove hai comprato casa, quali terreni hai, se vai in campagna il sabato, se ci vai la domenica, se zappi da solo, se sei in compagnia del contadino, se raccogli l’olio, da chi ti servi per il frantoio, da chi hai comprato il trattore e dove custodisci il trattore...”(pag.7)

Bellavia, con grande onestà intellettuale, parla di un contesto difficile. Il suo vantaggio rispetto ad altri cronisti che operano nei piccoli centri, sarebbe quello di godere di “un certo anonimato nel privato”. E, se ci pensate bene, proprio a partire dal privato, si è cercato di delegittimare mediaticamente l’operato di Maniaci.

A un certo punto la Commissione antimafia, il 16 settembre 2014, sente anche Pino Maniaci e quanto da lui riferito viene messo a verbale: “Luciano Mirone ha scritto “Gli insabbiati”, sui giornalisti che sono stati uccisi dalla mafia e sepolti dall’indifferenza. Lei, presidente, ha scritto “I disarmati”, i giornalisti che nel territorio sono stati lasciati soli da destra e da sinistra, e con pochi mezzi hanno cercato di combattere il fenomeno mafioso. Oggi ci sarebbe da scrivere invece dei “diffamati”, perché il mezzo oggi utilizzato per cercare di isolare un giornalista che cerca di fare il proprio dovere è la diffamazione […]e quindi, come al solito, fare il gioco dalla mafia e dei mafiosi.(…) Noi non facevamo altro che scendere nel territorio, trovare l’inquinamento della Bertolino, denunciarlo (ovviamente con le immagini, le riprese visive), metterlo in onda, e dalla signora siamo stati omaggiati di ben 200 querele! Questa è una cosa che non ho mai detto a nessuno: a un giornalista che non ha registrato ma era andato a chiederle come mai tutte queste querele, ha risposto che «oggi si usano le querele, ieri si sarebbero usati altri metodi». (…) Nel corso degli anni, presidente, noi abbiamo avuto qualcosa come 40 gomme tagliate, tre macchine bruciate, io ho subìto un’aggressione fisica da parte del figlio del boss Vito Vitale (…)tutte cose denunciate, tanto che dal 2008 ad oggi io sono sotto tutela dei Carabinieri, e la Guardia di finanza e la Polizia hanno il compito di tutelare sede della televisione e casa”.

Prima riflessione: essere quotidianamente a rischio querela e subirne centinaia significa esporsi fortemente ad un rischio di natura economica, pagare avvocati, recarsi ai processi, mettere benzina, dedicare giornate ecc ecc. Vi sembra logico esporsi così tanto (lasciando perdere le aggressioni fisiche e i danni materiali) per poi estorcere appena qualche centinaio di euro? Se così fosse, più che un estortore sarebbe un pazzo e di lui dovrebbe occuparsi il sistema sanitario e non quello giudiziario.

Seconda riflessione: nonostante la tutela dei carabinieri presso la sede della tv, in contrada Timpanella a Partinico e presso il domicilio, i cani di Pino Maniaci, Billy e Cherie sono stati uccisi. I giornali ne danno notizia il 3 dicembre 2014. Si scrive che sul caso indagano i carabinieri della compagnia di Partinico, che erano presenti al momento del ritrovamento in quanto stavano svolgendo il giornaliero servizio di custodia al direttore di TeleJato Pino Maniaci. (fonte LiveSicilia). La Repubblica del 10 maggio 2016, edizione Palermo, scrive che Maniaci il 4 dicembre accusò il marito dell’amante presso i carabinieri dicendo “in merito agli ultimi due episodi accaduti (ndr: auto danneggiata e cani uccisi) presumibilmente credo che l’autore sia B.G. E in tal senso chiedo di effettuare controlli in merito”. Che esito abbiano avuto questi controlli non è dato sapere. Certo è che se il vice presidente della Commissione antimafia, cioè Claudio Fava, tra l’altro relatore della Relazione su “Mafia, giornalismo e mondo dell’informazione”, avesse fatto anche una telefonata ai carabinieri di Partinico avrebbe avuto qualche informazione in più prima di sbilanciarsi in dichiarazioni di solidarietà delle quali poi sembra essersi pentito. Nonostante ancora non si sappia chi sia l’autore dell’uccisione di quei cani. Maniaci non poteva avere la certezza di chi fosse stato, solo il sospetto e quel sospetto l’ha comunicato, ma sarebbe stato giusto indagare a 360 gradi. Se un giorno dovesse scoprirsi il vero responsabile, e magari venisse fuori che è stata veramente la mafia, cosa dovrebbe accadere? Una dichiarazione di pentimento di Fava per l’essersi pentito? Insomma, senza nulla togliere al valido operato di Fava, fin quando la valutazione dell’operato di un uomo viene affidata alle solo intercettazioni tra un uomo e la sua amante (a questo punto direi presunta) c’è il rischio di credere che il gossip sia il peggior nemico dell’informazione. Altro che mafia o querele per diffamazione.

Gianpiero Caldarella

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