L’editoria, i piccioli, Maniaci e Giacchetto (parte 2)

Giuseppe Amato, titolare della “Gap srl” e socio di “Novantacento”, sentito dagli inquirenti, ha ammesso: “la Gap S.r.l., per potere lavorare con il C.I.A.P.I. e con Italia Lavoro Sicilia Spa, doveva accettare le condizioni da lui dettate…omissis…l’ampio margine di discrezionalità su cui poteva contare il GIACCHETTO ci ha convinti a riconoscergli delle provvigioni particolarmente onerose per evitare conseguenze dannose per la nostra azienda (rimanere esclusi dagli investimenti pubblicitari del C.I.A.P.I. e/o di Italia Lavoro Sicilia Spa)”).

Se con Maniaci l’ipotesi era quella di ricevere “le mille lire” in cambio di un ammorbidimento della linea editoriale, per il sistema Giacchetto, l’ipotesi sarebbe quella di ricevere denaro pubblico per non essere esclusi, per evitare il danno. Bella forma di prevenzione.

Al di là degli aspetti penali, che in questo momento è poco importante analizzare dato che il processo, diviso in vari tronconi, molto probabilmente finirà con una bella prescrizione che farà felici tutti. L’accusa di truffa si prescriverà infatti a novembre, mentre nel 2017 andranno in prescrizione i presunti episodi di corruzione. Le uniche contestazioni che potrebbero arrivare in Cassazione -ma ci vorrebbe uno sprint finale alla “Nibali”- sono quelle per associazione a delinquere e quelle legate a reati fiscali.

In realtà, dal punto di visto giornalistico, bisognerebbe chiedersi come mai solo queste testate (che sono già tante) e non altre hanno ricevuto dei soldi grazie a questo sistema. Perché allora nessuno si è posto questa domanda e di questo processo si è parlato così poco? Meglio interessarsi alle “mille lire”? E i milioni di euro pagati con soldi pubblici ce li scordiamo? La parabola della pagliuzza e della trave non renderebbe a sufficienza la disparità di chiarezza nel trattamento delle due vicende.

Maniaci e Giacchetto diventano due paradigmi per capire il funzionamento dell’editoria in Sicilia.

Illustrazione di Elena Ferrara dal libro "Passaggio di testimone" (Navarra Editore)

Illustrazione di Elena Ferrara da “Passaggio di testimone” (Navarra Edit.)

A questo proposito, è interessante registrare le considerazioni di uno degli esclusi da questo sistema Giacchetto, una testata che il “danno” non l’ha potuto evitare. In un’editoriale dell’anno scorso di SiciliaInformazioni, a proposito delle possibili motivazioni di questi incassi pubblicitari si legge: “Perché è questa la cosa che fa impressione, che i sopravvissuti, invece che fare perdere le tracce di sé, farsi dimenticare e ricominciare un’altra stagione, annunciano giorno dopo giorno punizioni per i malviventi, e sollecitano – questa è proprio da libro di storia – una sobria conduzione delle risorse pubbliche. Provate a spiegarvi come avrebbe fatto Faustino a mettere in piedi il grande slam della formazione se non avesse goduto della convinta adesione dei partecipanti al desco?” (http://www.siciliainformazioni.com/redazione/197583/sistema-giacchetto-passata-e-la-tempesta-e-furbastri-fan-festa).

E per chiudere, sempre sullo stesso articolo, un’amara riflessione sul futuro dell’editoria in Sicilia: “La stagione del sistema Giacchetto è stata rimossa, come se non ci fosse mai stata, eppure essa continua a dare frutti rigogliosi ed a segnare i confini fra l’editoria in buona salute e l’altra che arranca, come capita alla stragrande maggioranze dell’imprenditoria siciliana. A differenza che in altri settori, laddove la crisi ha colpito duramente, nel mercato “virtuale” – media cartacei e digitali –il sistema Giacchetto ha creato un solco profondo. E c’è chi se la gode e chi non sa quel che succede il giorno dopo.”

Già, che succede il giorno dopo, quando le “mille lire” sono state spese? Certo che il problema non si pone per chi ha incassato centinaia di migliaia di euro. E lascerei da parte ogni discorso sull’antimafia, ma una riflessione sul contributo che un’editoria di qualità, rigorosa e indipendente ha sempre dato e potrebbe continuare a dare a quella parte di siciliani che vorrebbero affrancarsi da modelli basati sulla logica degli amici degli amici. In Francia, ad esempio, ricordo che anni fa si dava a una certa somma a giovani o disoccupati da spendere in abbonamenti a riviste che sceglievano loro, in base ai contenuti e non alle “cordate” o ai desideria del funzionario di turno che decide dove drenare i soldi pubblici.

Giornalisti, lettori, se ci siete battete un colpo, prima che un altro giornale chiuda.

Gianpiero Caldarella

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