Cera una volta

La cera una volta la si trovava dappertutto. Nelle piazze, nei negozi, persino sugli alberi. Tutto era lucido e levigato. Poi tanta gente si convinse che era arrivato il momento di sbarazzarsi delle vecchie scarpe. C’era voglia di nuove suole, tanto lucide e levigate da potersi specchiare, tanto ben fatte da poter calpestare alberi e formiche, alluci e arcobaleni.

Le nuove suole si diffusero velocemente, in pochi seppero resistere a quella scivolosa tentazione di pattinare sulla cera. Una volta che c’era, perché no?

Donne, uomini e pinguini scivolavano lontano lontano e certe volte finivano le loro corse direttamente all’ospedale. Gli infermieri erano diventati pigri e ad ogni sbarco di umanità scivolata facevano la stessa battuta: “tranquillo che ora te le facciamo noi le scarpe!”

Erano diventati tutti così scivolosi da non potersi più fermare dove volevano. Chi voleva andare al panificio si fermava davanti alla farmacia. Chi voleva andare al lavoro si fermava davanti alla prigione. Chi aveva un appuntamento con la fidanzata davanti a un cinema si fermava con la suocera davanti a una chiesa. Guai a voler prender l’autobus che si rischiava di scivolare sul marciapiede e di venire schiacciati da autisti che sembravano impazziti. Perché anche loro avevano le scarpe con la suola nuova e in più non riuscivano a togliere il piede dall’acceleratore.lumaca

I più pericolosi erano i cacciatori, che appena lo Stato, come ogni anno, riaprì la stagione…-sì, va be’, come dire che posò la luna sul comò- subito provarono ad impallinare l’uccello del lieto fine. Che era una razza protetta. Qualcuno cominciò a pensare che si poteva ancora sperare, che quelle scarpe nuove di suola forse erano un bene. I cacciatori, scivolando anche loro, continuarono a sparare a vuoto, finché uno di loro buttò il fucile a terra, si tolse le scarpe, le dispose a forcella, prese un elastico e ne realizzò una fionda. Quel cacciatore, scalzo, ora non scivolava più, così prese la mira e lanciò una moneta d’argento verso l’uccello del lieto fine. Lo manco di poco ma l’uccello, sfiorato da quella moneta, che più saliva verso il cielo e più somigliava alla luna, ebbe paura e cominciò a piangere e le sue lacrime raggiunsero tutte le città e le contrade.

Ad ogni lacrima si incollava una suola e a poco a poco tutta l’umanità scivolosa diventò immobile, come se qualcuno avesse premuto il tasto “pausa” sul lettore dvd. A quel punto l’uccello del lieto fine smise di piangere. Uomini e donne -no, i pinguini no- uscirono così da quelle scarpe, sentendosi per la prima volta liberi, come se gli fossero state tolte delle catene. Adesso camminavano scalzi e si fermavano per chinarsi e sentire il profumo di un fiore o per regalarsi un abbraccio. Un bambino alzò la testa e vide l’uccello del lieto fine che sorrideva, proprio accanto al sole che con i suoi caldi raggi aveva intanto sciolto la cera, staccandola da terra, con la stessa forza di un apostrofo.

Gianpiero Caldarella

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