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Dalle scarpette rosse alle babbucce rosse: Indietro tutta!

Sono passati più di tre giorni dal 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, eppure le “scarpette rosse” fatte indossare dall’amministrazione comunale di Isnello alla “Madre Madonita”, magnifica scultura in bronzo di Pietro Giambelluca, sono ancora lì.

In altre circostanze si potrebbe dire che è un buon segno, che le lotte per un mondo migliore non si esauriscono nelle commemorazioni.

Poi ti capita di passare vicino alla statua della Madre Madonita, uno dei rarissimi casi nel mondo di scultura equestre con soggetto femminile e capisci che qualcosa non va. Le maestose montagne delle Madonie sono sempre lì, ma da lontano si percepisce che la luce è diversa dal solito, sui faretti sono stati infatti montati dei fogli di gelatina rossa che rendono la luce calda, creando un’atmosfera quasi da night club.

Fai qualche altro passo, ti avvicini e vedi che ai piedi della Madre Madonita sono state fatte calzare delle “babbucce”, delle scarpe da notte di colore rosso, quasi certamente fatte a maglia da qualche volenterosa, generosa e capace donna del posto.

Le babbucce hanno sostituito le scarpette rosse come se nulla fosse.

Eppure la sensazione è ancora che qualcosa non va per più motivi.

La “Madre Madonita” (P. Giambelluca, 1987) con le babbucce a Isnello (PA)

Il primo -e meno importante- è estetico; a dirla tutta non è un bel vedere. Anche un’installazione dovrebbe essere ragionata e non improvvisata. Certo, adesso che le temperature si sono abbassate la Madre Madonita sentirà meno freddo con queste babbucce, ma con le piogge si sono inzuppate, facendo letteralmente colare i piedi della povera statua.

La seconda ragione e forse la più importante è di natura simbolica. Le scarpette rosse come simbolo della violenza contro le donne sono il frutto di un’installazione dell’artista Elina Chauvet a Juàrez, città del nord del Messico, nel 2009. Da quel momento quel simbolo è stato adottato in tantissimi paesi del mondo.

E qui abbiamo a che fare con i simboli perché le scarpette rosse sono il simbolo dell’indipendenza e dell’emancipazione femminile, della libertà delle donne di vestirsi nel modo che si preferisce, anche seducente, senza per questo essere tacciate di provocare i peggiori istinti degli uomini. Anche le babbucce fatte a mano, per quanto utili e gradevoli nelle situazioni domestiche, rimandano ad un universo simbolico che è l’esatto opposto dell’emancipazione femminile. Rimandano ai tempi in cui alla donna, “angelo del focolare”, era precluso avere la stessa libertà di movimento degli uomini perché, come recitava un vecchio detto, dovevano “stare a casa a fare la calza”.

Certo, queste considerazioni di natura semiotica non saranno passate nella testa degli ideatori di questa “installazione”, ma in modo quasi istintivo sono state percepite da coloro che la osservano e che il più delle volte non si fermano a riflettere. Semplicemente ridono.

Il terzo e ultimo motivo attiene alla natura dell’opera, cioè della scultura del maestro Pietro Giambelluca, che in questo modo è stata violata nella sua natura. Non si dovrebbe agire sull’arte in questo modo, piegandola alle “grandi pensate” dell’amministratore di turno.

La Madre Madonita è lì dal 1987, e non ha mai dovuto sopportare questo tipo di “travestimento”, come fosse il “Mannekin Piss”, la statua del bambino che fa la pipì che è anche il simbolo di Bruxelles, ma quella è un’opera nata irriverente e da più di tre secoli la città la traveste in centinaia di modi.

Tutt’altra storia è quella della Madre Madonita collocata sul viale Impellitteri nel 1987, anno in cui vedeva la luce anche la famosa trasmissione “Indietro tutta” di Renzo Arbore.

E qui con questa installazione potremmo entrare di diritto nei canoni di quella trasmissione, colorata, irriverente e a tratti trash.

La troppa convinzione, unita alla mancanza di riflessione, a volte gioca brutti scherzi, ma la strada è ancora lunga.

Quindi, indietro tutta.

Gianpiero Caldarella

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La “montagna di merda” non profuma di rose

Stamane il notiziario delle 8 su Radio1 non ha detto neanche una parola su Aldo Moro e Peppino Impastato, uccisi entrambi il 9 maggio 1978. In realtà c’era un solo generico accenno alla giornata della memoria delle vittime del terrorismo, solo una data per Moro e il nulla su Impastato. Certo, Radio Rai, che rimane un ottimo esempio di servizio pubblico, capace di coniugare qualità dell’informazione e pluralismo, oggi dedicherà delle trasmissioni a questi due grandi uomini del nostro recente passato. 

Moro e Impastato, all’apparenza così distanti nei modi e nello spazio, avevano in realtà qualcosa in comune: entrambi lottavano per qualcosa che avrebbe cambiato in meglio il Paese. 

Moro era uno dei protagonisti di quel processo chiamato “compromesso storico” e la stretta di mano tra il segretario della DC e l’allora segretario del PCI, Enrico Berlinguer, era qualcosa di impensabile per chi voleva continuare a costruire muri. Uno “scandalo” per i falchi dell’epoca, per gli instancabili promotori della guerra fredda e con le dovute proporzioni, quando oggi sentiamo Zelensky che apre alla Russia dicendo di essere disposto a “cedere” la Crimea pur di far cessare la guerra e un attimo dopo sentiamo intervenire il presidente della Nato che sconfessa Zelensky dicendo che la Crimea non si tocca, si ha la sensazione che il presidente ucraino rischia di più a non allinearsi alle posizioni della Nato che a continuare la guerra con Putin. Detto ciò, è chiaro che la distanza in termini di spessore politico e umano tra Moro e Zelensky è un abisso. 

Impastato, giù in Sicilia, a Cinisi, a suo modo lavorava anche lui per una sorta di “compromesso storico”, quello tra attivisti contro la mafia e società civile, ridicolizzando la mafia e cercando di far sì che a lottare contro di essa non fossero solo le parti migliori della politica (penso a Pio La Torre o a Piersanti Mattarella) o delle forze dell’ordine o della magistratura (e qui non faccio nomi perché l’elenco sarebbe troppo lungo). Quando Impastato, da militante comunista, diceva che “la mafia è una montagna di merda”, non intendeva dire solo che è orribile o che puzza da morire, ma che tutti possiamo calpestare quella merda, che un solo uomo, anche il più scrupoloso dei professionisti, non può fare tanto, ma una società attenta, coesa e solidale può spazzare via quella merda e può anche sbeffeggiarla.

Oggi sembrano scomparsi o quantomeno ridimensionati dalla “grande” informazione, come se fossero tornati ad essere scomodi. A dire il vero il percorso di “riabilitazione” della figura di Impastato è stato lungo e per più di un decennio la macchina del fango su di lui ne ha dette di tutti i colori (estremista, terrorista, ecc. ecc.). Alla fine, grazie al processo, alla caparbietà dei suoi compagni e alla popolarità del film “I cento passi”, è stata ristabilita la verità. Ciò non toglie che l’antimafia sociale, quella dal basso, senza finanziamenti e sponsor istituzionali, oggi più di ieri, non ha vita facile. E fare antimafia, soprattutto in Sicilia, non significa ripetere facili slogan (quello lo sapeva fare anche Cuffaro), ma impegnarsi nella ricerca della verità, denunciare le storture, schierarsi con il più debole e a volte semplicemente avere il coraggio di dire che “il re è nudo”.

Moro invece, in quanto grande statista ed uomo di Stato, è stato dipinto da subito come un “martire”, probabilmente anche da quelli che hanno responsabilità sulla sua morte, ma dopo 44 anni il processo di verità che dovrebbe svelare le trame che ci sono state dietro il suo assassinio, sono ancora oscure. Ma quello che più importa è che il metodo politico di Aldo Moro è stato archiviato anche da quelli che sarebbero dovuti essere i suoi eredi. Di “compromessi” non si parla quasi più, si rialzano i muri e le armi inviate in giro per il mondo, a partire dall’Ucraina, sostituiscono il ruolo della diplomazia e delle parole.

Pertanto oggi diventa più importante che mai ricordare i loro esempi di vita, avendo il coraggio di scomodare i potentati, a qualunque livello, dal nazionale al locale, prima che qualcuno, poco alla volta, con la propaganda e le “amicizie che contano”, faccia passare il messaggio che “la montagna di merda” profumi di rose. 

Gianpiero Caldarella

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Quale progetto per Monte Mufara? Lettera aperta al Sindaco di Isnello, Marcello Catanzaro

Caro Sindaco, dopo aver letto un suo post su Facebook (https://fb.watch/cBktZhjURK/) in merito al “Progetto di realizzazione dell’Osservatorio Astronomico dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea) SSA P3-NEO-VIB – FLY – EYE TELESCOPE”, sono sempre più convinto che sintetizzare vada bene, ma semplificare eccessivamente rischia di confondere quanti cercano di capire meglio qual è il progetto per Monte Mufara e quali sono le posizioni espresse all’interno del Consiglio dell’Ente Parco delle Madonie del 22 aprile.

Anzitutto, esprimerei un apprezzamento per il Presidente Angelo Merlino, che con intelligenza e senza preconcetti si è messo in una posizione di ascolto rispetto alle varie voci, istituzionali e non, che si sono alternate in quel consiglio. Lo stesso apprezzamento va ai sindaci e agli assessori dei vari Comuni presenti, che comunque non rappresentavano la totalità delle comunità madonite ma circa i due terzi. A parte lei, che ha proposto l’ordine del giorno di cui parla, solo il Presidente della Fondazione Gal Hassin e l’Amministratore unico di So.Svi.Ma. Alessandro Ficile, che sono intervenuti nella discussione, avrebbero accettato di buon grado il progetto così com’è.

Vero è che da tutte le posizioni, anche dal pubblico è emerso il sostegno al progetto di realizzare un osservatorio dell’E.S.A. a Monte Mufara, ma quando si è parlato di QUESTO PROGETTO, da tutti gli altri interventi, istituzionali e non, mi sembra di aver capito che, con diversi livelli di criticità, è emersa la necessità di verificare con attenzione come si possa ridurre al minimo il consumo di suolo necessario alla realizzazione dell’osservatorio.

Ma cosa prevede questo progetto? Uso qui le sue parole per farlo capire a chi legge: “l’edificio si comporrà di tre corpi principali, un corpo centrale che ospiterà il telescopio e la cupola, un’ala tecnica posta a sud est in adiacenza al corpo centrale presso la quale sarà installata tutta la strumentazione tecnica al servizio della cupola e un’altra ala posta a nord ovest, sempre adiacente al corpo centrale, che ospiterà il centro di elaborazione dati e anche tutta una parte dedicata al personale tecnico che lì dovrà operare. La struttura nel suo complesso si svilupperà su due livelli e soltanto il corpo centrale includerà un secondo piano. Il volume (sic) complessivo è di 840 mq di 480 coperti e 360 destinati al piazzale. L’accesso alla struttura avverrà tramite una piccola strada sterrata di circa 120 metri e larga appena 3,6 metri con un dislivello di 18 metri e una pendenza del 15%.”

Stiamo parlando di 840 metri quadri in cima a Monte Mufara, con un’altezza massima della costruzione che supera i 13 metri. Di questo stiamo parlando.

Bene, detto ciò, la sua posizione, da Sindaco di Isnello, è stata quella di calare nel consiglio questa nota subito dopo l’intervento iniziale del Presidente del Gal Hassin e ha concluso con queste parole: “con questo ordine del giorno io sostanzialmente pongo alla decisione di questo consiglio questo tema e chiedo che venga condiviso e che politicamente venga sostenuto perché adesso serve esprimere chiaramente la volontà o meno di continuare in questa strada e sostenere questo progetto.”

A questo punto non c’è stata una standing ovation ma l’intervento, forse il più duro della giornata, del sindaco di Petralia Sottana, Leonardo Neglia, che ha posto una questione di metodo e di trasparenza, non solo verso le ignare comunità locali, ma anche verso i sindaci dei comuni sul cui territorio ricade il progetto e che sembra non siano stati proprio entusiasti di quanto sia stato possibile per loro partecipare, essere convolti nella ideazione e realizzazione di QUESTO PROGETTO.

Le mie valutazioni servono a poco, ma quanti oramai da tempo si limitano ad applaudire ad ogni annuncio che viene fatto e a contestare chi dal basso pone qualche domanda e solleva qualche dubbio additandoli come “il partito del no”, è bene che leggano questo intervento e si facciano un’idea di come sono andate le cose e di come stanno le cose.

Il sindaco di Petralia Sottana, Leonardo Neglia, intervenuto subito dopo di lei ha detto: “io ho dato un’occhiata all’ordine del giorno proposto dal sindaco di Isnello e dico che esprimo la mia non condivisione rispetto all’ordine del giorno, che non significa -e voglio precisarlo- di non condivisione rispetto alla realizzazione dell’osservatorio astronomico dell’E.S.A. Condivido l’analisi fatta dal Presidente di Gal Hassin e come ricordava anche il Sindaco di Isnello, noi siamo uno dei pochi comuni delle Madonie ad aver creduto al Gal Hassin ed essere stati soci e ad aver creduto e credere ancora alla realizzazione del telescopio Fly- Eye, tanto da aver da subito approvato il comodato d’uso per quanto riguarda i terreni che abbiamo in comproprietà con i comuni di Bompietro, Castellana Sicula e Petralia Soprana, che abbiamo subito messo a disposizione per la realizzazione di questo telescopio importantissimo. Dico di più, io personalmente anche con una nota formale, avevo messo a disposizione della Fondazione Gal Hassin anche un nostro immobile comunale, “Il Grifone”, che si trova a Piano Battaglia, funzionante, anche dal punto di vista energetico efficientato, dotato di energia rinnovabile. L’avevo messo a disposizione perché questo diventasse una base per servire sia il telescopio di Isnello, sia il telescopio dell’E.S.A., ma che possa essere anche un punto di riferimento anche per tutti quegli appassionati di astronomia e a tutti quelli che vogliono avvicinarsi a questa affascinante branca della ricerca, considerato che si trova veramente a poca distanza dal telescopio. L’intento era quello da un lato di valorizzare ulteriormente questo immobile e con esso anche il comprensorio e il sito di Piano Battaglia, dall’altro c’era un riferimento a quello che è secondo me -al di là della questione dell’impatto visivo- è un principio che dovrebbe guidare il nostro agire amministrativo e cioè quello di evitare quanto più possibile il consumo di suolo. Quindi, il fatto di mettere a disposizione un edificio esistente, aveva anche questa funzione. Avevamo fatto anche un sopralluogo con il presidente della Fondazione Gal Hassin, avevo mandato le planimetrie per capire come all’interno di quest’immobile si poteva anche pensare a qualcosa che fosse anche funzionale al telescopio. Ecco, questo è uno dei primi motivi che mi hanno, come dire, indisposto, rispetto a un metodo, una procedura che io ho ritenuto non proprio impeccabile, tant’è che poi ha prodotto anche una situazione in cui non mi volevo e non mi voglio trovare. Uno scontro, questa è una delle cose su cui bisognava stare attenti e ci doveva essere uno sforzo per evitarlo. È chiaro che le cose umane sono tante e complesse che a volte gli scontri si generano, però, da parte delle istituzioni, ci deve essere un tentativo per evitare che tutto si risolva in chi è pro e chi è contro, ci deve essere una sintesi delle varie posizioni. In tal senso ringrazio il presidente per aver dichiarato il recupero di un metodo, una procedura che è importantissima e questo potrebbe essere già la partenza per tentare di ricomporre quantomeno un dialogo che francamente sui social non mi ha appassionato e al quale non ho partecipato né intendo farlo. 

È quindi una questione di metodo e per quanto riguarda il comune di Petralia Sottana, nel cui territorio ricade la struttura da realizzare; c’è stata una scortesia istituzionale. Avrei gradito, anche coinvolgendo i proprietari del terreno (Castellana, Bompietro e Petralia Soprana) che, Pino (ndr: rivolto a Pino Mogavero, presidente della Fondazione Gal Hassin), chi ne ha la titolarità istituzionale, quantomeno organizzasse un incontro con i soggetti, come il Comune di Petralia o il Parco, per spiegare il progetto…”

A questo punto interviene il Presidente della Fondazione Gal Hassin, Pino Mogavero e inizia un botta e risposta.

Mogavero“Ma l’abbiamo fatto, l’abbiamo fatto. Lo abbiamo presentato (ndr: si riferisce all’evento Gal Hassin del 29 agosto 2021) e invitato tutti i sindaci. Io ho invitato tutti. Se non sei venuto non è colpa mia”.

Neglia“Va bene, allora, se non sono venuto, però, Pino, allora è inutile che mi chiedete il parere”.

Mogavero“Io ti chiedo pareri? Io non ti chiedo niente”.

Neglia“È inutile che mi si chieda il parere come Comune a questo punto. Io sto parlando di cortesia istituzionale”.

Mogavero“Quando tu mi dici che hai messo a disposizione i locali, la prima volta mi hai detto: ‘Presidente, qua è tutto libero…”

Neglia“Presidente, io vorrei parlare…”

Mogavero“Però devi dire le come stanno”

Neglia“Io sto dicendo le come stanno. Io avrei gradito perché potevo chiedere direttamente ai tecnici che stanno redigendo il progetto se potevamo anche limitare il consumo di suolo che è stato previsto in questo progetto. È mia facoltà chiederlo? Dal punto di vista della presentazione io sono assolutamente d’accordo sul fatto che si realizzi il telescopio a Monte Mufara, però consentimi, e penso che qualunque sindaco, e tu lo sei stato sindaco, richiede anche rispetto, che nel proprio territorio venga anche coinvolto nella definizione del progetto e anche nella ideazione del progetto e anche nella proposizione di dubbi che ogni Sindaco può avere rispetto a qualcosa che si realizza. Quindi, secondo me, è legittimo da parte mia anche essere stato indispettito da una procedura che non mi ha coinvolto completamente, ma non in quanto Leonardo Neglia, ma in quanto Sindaco del Comune dove va alloggiato il telescopio. In breve, io non posso condividere il progetto di realizzazione dell’osservatorio, che è cosa diversa dal condividere il fatto che l’osservatorio è bene che si faccia, perché dal punto di vista scientifico, della ricerca, turistico e promozionale del territorio ha una grandissima validità, ma io quest’ordine del giorno non lo condivido e vorrei che fosse messo a verbale.”

Mi scuso con i lettori e con il sindaco di Isnello, Marcello Catanzaro, se non sono riuscito ad essere sintetico ma da quel consiglio dell’Ente Parco delle Madonie sono venuti fuori tanti interventi di grande interesse, alcuni dei quali credo che andrebbero approfonditi e trattati in un successivo pezzo. 

In pratica, il momento di stappare lo champagne non è ancora arrivato.

Gianpiero Caldarella

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Il nuovo “Tabbobbio” di Isnello 

Il volto di Isnello sarà presto impreziosito da un nuovo avveniristico edificio che nascerà nella piazza principale del gagliardo paese madonita, dove al momento ha sede l’ufficio postale. 

L’annuncio, in pompa magna, è stato diramato il 20 marzo sui canali social del Comune e del Sindaco diffondendosi ben presto per cielo, per terra e per mare. Anche dalle costellazioni di Pegaso ed Orione sono arrivati scroscianti applausi per le forme affusolate del manufatto.

Il progetto esecutivo è stato approvato dalla Giunta Municipale l’11 marzo nella sala delle adunanze della gloriosa Casa Comunale e prevede una spesa di appena 994 mila euro.

In pratica pochi spiccioli, quisquiglie, bazzecole se rapportate alle poderose economie del borgo madonita e ai passi da gigante che la comunità farà dopo il decollo di questa struttura. 

Al suo interno, vi sarà un infopoint e con teutonica precisione frotte di visitatori saranno accolti a braccia aperte e a lingua sciolta. Le informazioni saranno infatti fornite nella lingua madre del borgo, ma anche in inglese, francese, tedesco, giapponese, mandarino e arancia di Scillato.  

All’interno della monumentale opera verrà collocato anche il museo “Trame di filo” che con un adeguato gioco di specchi potrebbe diventare l’inizio del labirinto da cui si dipartiranno i percorsi che tutto il mondo ci invidia, come il sentiero dei pianeti con tanto di tute da astronauta usa e getta che verranno fornite in dotazione agli impavidi nipoti di Neil Armstrong.

Nella giornate speciali riecheggeranno nel borgo le note dell’artiglieria pesante della musica, cioè gli organi delle chiese, le cui canne, lucidate come intrepidi cannoni, spicchiolieranno nella volta celeste, e se non sarà celeste, ci damu una tinciuta, che una botta di colore non guasta mai.

Sono tanti gli eroi accorsi da tutta Italia che hanno dato vita e animeranno questo mirabolante spazio le cui meraviglie saranno presto note da Pachino a Pechino.

I cittadini residenti scalpitano nell’attesa della demolizione dell’ufficio postale, incuranti della strada che dovranno fare per ritirare la pensione e alcuni di loro già sbavano immaginando di mummiare le numerose fanciulle e ragazzoni che affolleranno questo nuovo magico edificio.

Se c’è un peccato commesso dall’amministrazione nel prospettare questo nuovo paradisiaco scenario, è stato quello di battezzarlo “ITINERA”, un nome troppo modesto per cotanto progetto.

Sono già in molti quelli che a gran voce chiedono che sul maestoso prospetto che abbellirà la piazza compaia la scritta “TABBOBBIO”, che meglio rappresenta le virtù dell’opera e le ambizioni di un’amministrazione e della sua gloriosa comunità.

Se anche tu immagini che il nome “TABBOBBIO” rappresenti meglio lo spirito di questo futuristico manufatto aderisci all’adamantina campagna: “Un TABBOBBIO è per sempre”.

Pronospera e agliastri!

Gianpiero Caldarella

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Panta rei. Due libri per uscir fuori dal pantano

Ogni tanto bisognerebbe mettere un punto fermo su questioni che sembrano da sempre scivolosissime. E la mafia è una di queste questioni, forse la principale per un Paese che ha fatto di questo marchio, o “brand” se preferite, uno dei maggiori veicoli dell’italianità.

Di storie ce ne sono tante, di cronisti meno che una volta, di storici pochi, di narratori illuminati quasi nessuno.

Certo, questa riflessione arriva a distanza di due anni dalla pubblicazione de “Il padrino dell’antimafia”, sottotitolo “una cronaca italiana di un potere infetto”di Attilio Bolzoni e ad un anno di distanza dall’uscita in libreria de “La notte della civetta”, sottotitolo “storie eretiche di mafia, di Sicilia, d’Italia”, di Piero Melati. Entrambi i libri sono pubblicati da un editore milanese, “Zolfo”.

Ora, dato che tutto scorre, questi due libri dovrebbero essere ormai “datati”, fuori dai radar della grande – o piccola – promozione del mercato editoriale e, non trattandosi di romanzi o storie di fantasia, i fatti che sono raccontati al loro interno dovrebbero essere stati superati dalla realtà.

Niente di più falso. La realtà, o meglio, le realtà che sono raccontate in questi due libri riescono a modificare il modo in cui percepiamo il nostro presente, dandoci qualche strumento per anticipare le mosse che verranno, come in una partita a scacchi. Dall’altra parte della scacchiera c’è la mafia.

Una mafia che non è altro da noi, dalla Sicilia o dall’Italia, che non è solo un’organizzazione criminale, ma una rete di relazioni, di convenienze, di rette che non dovrebbero incontrarsi se non all’infinito e che invece si incrociano proprio davanti all’uscio di casa e spesso entrano anche dentro. Una mafia che non si potrà mai battere se prima non la si comprende.

E per comprenderla bisogna sentirne il respiro, ma occorre anche avere la fortuna di imbattersi in qualcuno che la sappia raccontare senza nessuna presunzione di fare il professore, senza fermarsi, in un movimento continuo che somiglia ad una danza attorno ad un oggetto che cambia continuamente forma. Una danza ha sempre una musica che la accompagna. 

Nel caso di Melati, de “La notte della civetta”, questa musica è un blues a tratti straziante. C’è un desiderio di libertà che nasce dal dolore; in catene non c’è uno schiavo nelle piantagioni di cotone, ma un’intera città, Palermo, che attraversa gli anni ‘70 e ‘80 quasi in apnea, in una grande vasca ricolma di sangue ed eroina. All’autore spetta il gravoso compito di essere un testimone di quegli anni, di quei fatti, che segue da cronista per il giornale L’Ora, fino al maxiprocesso. Un testimone non impermeabile, a tratti si ha la sensazione di sentire tra le righe il suo battito cardiaco che accelera nel ricordare certe strade, suoni di sirene, incontri nei palazzi di giustizia. Un uomo che con grazia e lucidità mette il lettore in guardia dal rischio di trovarsi di fronte ad una realtà che per troppo tempo è stata tragicamente taciuta, e non solo per via del politicamente corretto, o di interessi specifici o deviati, ma più semplicemente per quelli che sono i limiti della “diretta”.

Un atto che somiglia al togliersi i sassolini o i macigni dalle scarpe. Non un atto di vendetta, ma un atto di amore verso la propria gente e le tante storie che partendo da Palermo hanno contribuito in modo determinante a costruire l’identità non solo della Sicilia, ma anche dell’Italia.

Anche se Melati non si pone mai la domanda, questo ispirato lavoro darà al lettore degli strumenti irrinunciabili per capire cosa è la mafia, com’è possibile che siamo arrivati a questo punto, cosa dovremmo attenderci e come i nostri corpi e le nostre menti, per quanto si sentano assolti, siano lo stesso coinvolti.

Tornando alla danza, nel caso di Bolzoni, autore de “Il padrino dell’antimafia”, la musica che accompagna il suo lavoro potrebbe essere un rock con contaminazioni di elettronica.

Finalmente qualcosa di nuovo. Qualcosa che ci permette di capire a distanza ravvicinatissima come l’ascesa e la caduta di uno dei maggiori protagonisti dell’antimafia istituzionale – non un “eroe”, neanche tra virgolette – possa raccontare della trasformazione della mafia negli ultimi due decenni almeno. Non si tratta solo di mettere a fuoco la crisi in cui versa da anni il movimento antimafia attraverso il racconto della parabola umana e giudiziaria di Antonello Montante, ex delegato nazionale di Confindustria per la legalità. Quello è lo spunto per entrare in un labirinto dove potere economico, potere delle istituzioni e potere mediatico si incrociano in nome di un interesse che non è certo l’interesse dei cittadini. Il risultato è la creazione di un “mostro”; ma del “santino”, dell’immaginetta di Montante ce ne facciamo ben poco se non comprendiamo che quello è solo l’effetto. 

Volete che vi parli della causa o delle cause? Non lo farò, quelle sono sempre le stesse, in più di 150 anni della storia della mafia.

Quello che qui interessa è il metodo, il procedimento, il come OGGI si riescano ad ottenere certi risultati. E Bolzoni in questo è magistrale, nel prenderci per mano e condurci in un labirinto dove ad ogni angolo si fanno incontri inaspettati, dove si comprende plasticamente che il potere su cui si fonda la nuova identità delle vecchie organizzazioni criminali si basa più sulle informazioni e sull’immagine che sulle armi. Un percorso che a tratti rischia di far venire le vertigini, come l’assolo di una stratocaster che si fonde con i suoni di un sintetizzatore di ultima generazione. Un “sistema” tanto modernamente ben strutturato quanto quasi perfetto quello raccontato da Bolzoni. L’unico tarlo che poi farà crollare il castello sarà proprio il “fattore umano”, il carattere di Montante, troppo eccessivo. Un libro che, attraverso il peggio dell’antimafia vista in questi anni, parla della mafia, di cosa è diventata, di come è in grado di organizzarsi e compromettere lo Stato, del come si muovono certe pedine nella scacchiera e di come certe antiche metafore su pupi e pupari funzionino ancora a dovere.

La modernità in fondo non è altro che la tradizione 2.0.

Due libri per uscire dal pantano scrivevo nel titolo. Il pantano costituito dalla retorica e dalle liturgie che spesso rappresentano uno di quei veli che ci impediscono di capire di cosa stiamo parlando quando parliamo di mafia. Quando ne parliamo oggi.

E oggi, come ieri, non c’è contenuto che non meriti di avere una forma.

O, se preferite, anche il contrario.

Buona lettura! Se siete arrivati fin qui le vere letture per voi inizieranno un po’, quando avrete fra le mani questi due libri. 

Gianpiero Caldarella

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Netflix e la vendetta degli anti-padrini

Pino Maniaci e Silvana Saguto, volente o nolente, sono diventati delle star. La serie distribuita da Netflix in sei episodi che vede al centro della narrazione due personaggi “simbolo” dell’antimafia, ha fin da subito varcato i confini nazionali. Quella che nasce come una “piccola” storia locale sta lentamente diventando una chiave per aprire le porte che mostrano al mondo cos’è diventata la Sicilia. Non tutta la Sicilia, ma certamente quella che nei decenni ha fatto più parlare di sé, perché questa terra è stata la culla della mafia. 

Francis Ford Coppola con “Il Padrino” ha realizzato un capolavoro anche perché ha messo le mani nel tempo presente, nella contemporaneità. E da decenni ormai, mentre anche la mafia aveva cambiato i suoi connotati, in Italia si continuavano e si continuano a produrre film e telefilm-e molto più raramente documentari o docu-serie-, spesso solo per la tv, che raccontano fatti di sangue vecchi di almeno 30 anni. Certo, la memoria ha la sua importanza, ma per sapere qualcosa dell’oggi ci si è affidati solo alle inchieste delle pochissime trasmissioni che portano avanti questo genere di giornalismo in Italia, da Report a Presa Diretta a poco altro. Nulla di veramente “trasversale” e tantomeno di internazionale.

Adesso, con la docu-serie “Vendetta – Guerra nell’antimafia”, ideata e realizzata tra l’altro da due giovani registi siciliani, Davide Gambino e Ruggero Di Maggio, la Sicilia e Palermo tornano a lanciare un messaggio che ha il sapore dell’universalità. E guardacaso non è più la mafia, ma l’antimafia a diventare l’oggetto della narrazione. Narrazione che è precisa, chirurgica, finemente documentata, esteticamente ed antropologicamente accattivante, stilisticamente vicina al modello di giornalismo anglosassone che distingue i fatti dalle opinioni. Insomma, gli autori conoscono bene il loro mestiere e sanno cosa raccontare.

Ma noi non viviamo a New York per cui possiamo farci un’idea di Mister Maniaci solo dopo aver visto la serie, né viviamo a Parigi per cui possiamo parlare di Madame Saguto alla stessa maniera.

Avevamo già le nostre idee, e qualcuno di noi, come il sottoscritto, ha raccontato i suoi dubbi quando tutto questo è iniziato, quando sono comparse la foto di Maniaci sui tg e in prima pagina di qualche quotidiano dell’isola accanto alle foto di mafiosi arrestati tra Partinico e Borgetto nella stessa operazione. Sono molti gli articoli che ho scritto in quel lontano maggio e giugno 2016 su Maniaci. Era un argomento scottante; solo a raccontare quello che non convinceva di quella rappresentazione mediatico-giudiziaria o a ricordare gli effettivi meriti sin lì avuti da Maniaci nel narrare quanto altri sapevano ma non volevano dire, si veniva tacciati di essere dei “novelli garantisti”, dei “fastidiosi” e tanto altro. Altri guai capitarono allora ad associazioni antiracket come “Libero Futuro”, e uno dei responsabili come Enrico Colajanni, si vide costretto a fare lo sciopero della fame. Insomma, il clima non era proprio sereno.

Maniaci fu massacrato su giornali e tg e, come spesso accade, la sua vittoria nel processo di primo grado per l’inconsistenza dell’accusa di estorsione -resta la condanna per diffamazione- passò quasi in sordina. 

La giudice Silvana Saguto, invece, forse per ignoranza mia, non era considerata un simbolo. Sì, da anni si discuteva dei beni sequestrati e di come quasi sempre andassero in rovina, ma come spesso succede per le mancanze o i disastri dello Stato, dalla sanità alla viabilità a tutto il resto, difficilmente si associa un volto a una responsabilità. Ne iniziò a parlare Maniaci e uscì “dall’anonimato”, ma perlopiù era sempre un nome noto ai soli addetti ai lavori. Quando la sua foto uscì sui giornali e nei tg, in pochi la difesero. Perché? Forse perché non era un simbolo, ma un ingranaggio, sia pur molto importante, del sistema. 

E adesso, grazie a questa serie, abbiamo avuto la possibilità di conoscere la sua voce, il suo guardaroba, la sua casa, i suoi familiari, le sue ragioni e il suo modo di esporre quelle ragioni. La frase che più mi rimane impressa è: “sono furibonda”. Mai un ripensamento, un attimo di esitazione, qualcosa che facesse pensare al fatto di avere qualche dubbio sulla sua condotta. Una donna tutta d’un pezzo, che si muove nelle aule dei tribunali come una leonessa nella foresta. Una donna abituata a detenere lo scettro del comando, eppure nella ricostruzione dei fatti che le gira intorno e che il tribunale in primo grado ha ritenuto di condannare a otto anni, difficilmente è un personaggio nel quale gli spettatori potranno identificarsi.

E qui viene fuori la domanda ai miei conterranei: è un’eccezione la dottoressa Saguto oppure questo tipo di “baldanzosità” la si può riconoscere anche in altri “potenti” che reggono le sorti dell’isola? Qui il discorso si fa prettamente antropologico e mette da parte gli aspetti giudiziari o criminali. Sì, perché la sensazione è che se gli atteggiamenti della Saguto sono replicabili in altri ambiti dell’amministrazione della cosa pubblica, la questione da porci è: che tipo di persone siamo noi? 

Siamo sudditi che quando il padrone alza la voce ci nascondiamo sotto il tavolo, o siamo cittadini in grado di vedere, sentire e parlare di conseguenza? Il tempo delle tre scimmiette -non vedo, non sento e non parlo-sembra essere finito con gli omicidi eccellenti di mafia. E adesso? È solo una guerra nell’antimafia o è una guerra nello Stato quella che si profila all’orizzonte? E non sto parlando semplicemente di veleni nelle procure, o guerra tra procure diverse, o equilibri politico-economici che si contendono il territorio. Nello Stato, che lo si voglia o no, siamo compresi noi cittadini.

Per chiudere, tornando alla docu-serie “Vendetta”, se ha avuto l’effetto di creare delle star, regalando un boccone amaro a quanti avrebbero voluto che “il caso Maniaci” si dimenticasse in fretta, ha avuto anche il merito di dire che la Sicilia non è più terra di padrini destinati a diventare popolari anche oltreoceano.

Il palco di Don Vito Corleone adesso è occupato dal dottore.

Oppure è Don Vito ad essere diventato dottore?

Gianpiero Caldarella

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Una spremuta di acqua intelligente/3

Inchiesta-“cuntu” sulla rivoluzione in atto nel settore idrico in molti comuni delle Madonie e del Palermitano – Cap. 3

I CASI PARTICOLARI E IL DUBBIO: UNA SCELTA VERAMENTE CONVENIENTE?

segue da: https://scomunicazione.wordpress.com/2021/06/14/571/(si apre in una nuova scheda)

Ci siamo chiesti come mai i comuni di Gangi, Pollina e Gratteri non abbiano aderito all’accordo quadro dal momento che, per come è stata dipinta la faccenda, sembra un percorso conveniente per tutti. 

Il sindaco di Gangi, Francesco Paolo Migliazzo, sentito a fine marzo, ci dice che “dipende dal fatto che noi avevamo già acquistato i contatori e quindi non era il caso. Abbiamo investito diverse centinaia di migliaia di euro qualche anno fa, non ero sindaco io e quindi i contatori sono a norma. Avevamo una minima parte non a norma ma li abbiamo acquistati e li stiamo sostituendo, quindi ovviamente non abbiamo aderito. Sa, stiamo parlando sempre di denaro pubblico. L’unica differenza è che i nostri contatori non hanno il telecontrollo. Ce ne faremo una ragione e andiamo a rilevare la lettura con un impiegato”.

Il sindaco di Gangi, Francesco Paolo Migliazzo

Tutto chiaro, i contatori per legge vanno sottoposti a revisione o sostituzione ogni dieci anni e il comune di Gangi li ha già sostituti da poco. Nessuna legge tra l’altro impone dei contatori smart.

Un po’ più interessante è il caso del Comune di Pollina, contattato telefonicamente a fine marzo. L’assessore Salvatore Gaglianello in merito ai motivi che hanno portato a non sottoscrivere l’accordo quadro risponde: “proprio pochi minuti fa ho parlato con il nostro assessore, Scialabba, che è assessore al comune di Pollina ed è anche assessore all’Unione dei Comuni, il quale mi ha detto di parlare con Sosvima, con Ficile, per capire, perché qui noi non ne sappiamo niente. Non ne sappiamo niente, perché, diciamo, questa rinuncia è stata fatta dalla precedente amministrazione, in quanto noi ci siamo insediati ad ottobre (ndr: 2020) e la cosa è una cosa vecchia che noi abbiamo saputo quando lei ha chiamato il sindaco Musotto (ndr: un paio di giorni prima avevamo scambiato due battute col sindaco Musotto che ci aveva rimandato all’assessore), perché altrimenti non ne sapevamo niente di questa cosa. Stiamo cercando di capire per quali motivi, perché la precedente amministrazione non ha aderito a questo progetto (…) anche perché non le nascondo che io mi occupo anche di tutto l’idrico a Pollina e avere i contatori con l’autolettura per noi sarebbe importante”.

A spiegare meglio le ragioni di questa “assenza”, ci pensa ancora una volta l’amministratore unico di Sosvima, Alessandro Ficile: “per quanto riguarda Pollina questo percorso di assistenza tecnica è partito con l’amministrazione Culotta la quale non si è sentita. Eravamo all’inizio del 2020, le elezioni dovevano essere a maggio, poi come lei sa la pandemia ha spostato il termine e alla fine si è arrivati ad ottobre. Quindi diciamo, fra gennaio e febbraio, quando tutti gli altri comuni hanno richiesto il nostro supporto tecnico, lei ha ritenuto opportuno di -come dire- non farlo anche per non mettere di fronte a un fatto compiuto, a una scelta del genere, la nuova amministrazione che si sarebbe insediata da lì a poco e che invece poi per altri motivi, le elezioni sono slittate e sono state portate ad ottobre. Quindi il motivo è di opportunità, di scelta, di visione, perché il comune di Pollina rientrava tra i comuni che in una prima fase abbiamo seguito”.   

Questo spaccato di conversazione d’un tratto inserisce un altro attore nel nostro racconto e cioè la politica. Il fatto che aderire o meno a questo accordo quadro, al di là dei tecnicismi e dei vantaggi e delle incertezze sulle scelte ancora da prendere, sia anzitutto il frutto “di una scelta, di una visione”, non lascia adito a dubbi. Si tratta indubbiamente di un atto politico, qualcosa di più di un atto dovuto, per dirla in breve. Inoltre, secondo la ricostruzione di Ficile, la delicatezza con cui l’ex sindaco Magda Culotta tratta l’amministrazione che seguirà, non meritevole di essere messa “di fronte a un fatto compiuto”, stride con il basso profilo tenuto da tutti o quasi gli enti coinvolti in questa faccenda in merito alla comunicazione e alle informazioni che potevano essere veicolate alle decine di migliaia di cittadini coinvolti dalle trasformazioni in atto nel settore dell’acqua. Per dirla con le parole, tra l’altro già citate, di uno dei sindaci coinvolti nell’accordo quadro: “attendevamo solo la conclusione del procedimento”. In altre parole, il fatto compiuto.

Dopo Gangi e Pollina, l’ultimo “caso particolare” da prendere in rassegna è quello del Comune di Gratteri. Riusciamo a contattare telefonicamente a fine marzo l’assessore Nico Cirrito a cui chiediamo come mai il Comune di Gratteri non ha aderito all’accordo quadro e la sua risposta è illuminante: “noi abbiamo fatto, diciamo, un’indagine di mercato, abbiamo chiamato direttamente Hitron e il fornitore di Hitron è Immedia che ci ha fatto uno sconto che a nostro avviso è più vantaggioso, ma forse è meglio che parli con l’ufficio tecnico che ha i dati per fare la fornitura diretta, risparmiando un bel po’ di soldi, penso. Siccome il nostro è un comune modesto, abbiamo acquistato un contatore che mediante la lettura pro-scan, noi passando per le strade del paese mediante questo sistema riusciamo ad avere una lettura immediata a differenza, penso, di altri contatori che andrebbero a fornire il dato direttamente alla centrale, praticamente in comune”.

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Una spremuta di acqua intelligente/2

Inchiesta-“cuntu” sulla rivoluzione in atto nel settore idrico in molti comuni delle Madonie e del Palermitano – Cap. 2

segue da: https://scomunicazione.wordpress.com/2021/06/14/una-spremuta-di-acqua-intelligente-inchiesta-cuntu-sulla-rivoluzione-in-atto-nel-settore-idrico-in-molti-comuni-delle-madonie-e-del-palermitano—cap-1/

UNA SCELTA CORALE E UNA DISCUSSIONE APERTA

Posta in questi termini, tutta la vicenda sembra non meritare particolare attenzione dal punto di vista giornalistico, come se il percorso fin qui elaborato dalle amministrazioni che gestiscono gli acquedotti fosse né più e né meno che un atto dovuto. Eppure una scelta tanto strategica quanto onerosa per le comunità coinvolte avrebbe sicuramente meritato più spazio nel campo della comunicazione istituzionale. In altre parole, le amministrazioni comunali avrebbero potuto fornire più informazioni sulle trasformazioni in atto nel settore idrico e delle scelte che stavano ormai da tempo operando.

Quello che succede è invece che un minimo di dibattito pubblico inizia a crearsi dopo che gli undici comuni coinvolti, tra il 16 dicembre 2020 e il 20 gennaio 2021, con delle delibere di giunta -cioè senza un mandato esplicito dei vari consigli comunali- approvano uno schema di accordo “per il conferimento, all’Unione dei Comuni “Madonie” del mandato per l’attivazione di un Accordo Quadro ai sensi dellart.54 del D. Lgs n. 50/2016, per la fornitura di Kit di contatori intelligenti da installare presso le utenze civili ed industriali” servite dagli stessi comuni nell’ambito del Servizio Idrico Integrato. Il primo Comune a firmare questo accordo è Sclafani Bagni, l’ultimo Petralia Soprana, dove ha sede l’Unione dei Comuni.

A questo punto, soprattutto sui social data la pandemia e l’impossibilità di riunioni in pubblico ci si inizia a chiedere quanto costeranno questi contatori smart, se la gestione del servizio idrico continuerà ad essere interamente pubblica, se i comuni avranno le necessarie risorse, cioè di personale competente per gestire delle reti informatiche capaci di interfacciarsi con ogni singolo contatore intelligente. 

Arriva quindi il momento in cui alcuni sindaci, come quello di Isnello, Marcello Catanzaro, sollecitato sulla questione via social, rassicura la popolazione dicendo che la gestione dell’acqua rimarrà pubblica e che per questo obbiettivo i comuni che hanno firmato l’accordo con l’Unione si sono impegnati in una battaglia che dura da più di un anno ottenendo il “regime di salvaguardia” che consentirà di continuare a gestire il servizio idrico senza cedere questa competenza all’Amap S.p.A. (Azienda municipalizzata Acquedotto di Palermo, ente gestore del servizio idrico integrato in 34 comuni dell’area metropolitana di Palermo), che quella dei contatori intelligenti è una scelta di efficientamento e di progresso, che l’Unione dei Comuni rappresenta gli interessi di ogni singolo comune e che in sostanza il comune di Isnello, nello specifico, ha le risorse o quantomeno le potenzialità per affrontare le nuove sfide contando sui propri mezzi. Sul come mai poco era stato comunicato fino a questo punto, la risposta data il 26 gennaio su Fb non lascia adito a dubbi: “Divulgare pubblicamente il raggiungimento e gli effetti di questo importante traguardo raggiunto era già intendimento di questa Amministrazione: attendevamo solo la conclusione del procedimento”.

Il sindaco di Isnello Marcello Catanzaro

La situazione è più o meno analoga negli altri comuni, vale a dire che i cittadini poco o nulla sanno di quanto sta accadendo. Intanto i fatti si susseguono rapidamente.

Il 18 febbraio 2021 con la determina n.3 l’Unione dei Comuni nomina il geometra Salvino Spinoso -già responsabile tecnico del comune di Petralia Soprana e a quella data in forze presso l’Unione dei Comuni-, come Responsabile Unico del Procedimento (R.U.P.) per l’attuazione della fornitura dei kit di contatori intelligenti. A firmare la determina è il Responsabile del settore tecnico dell’Unione, ingegnere Pietro Conoscenti.

Da notare che nella stessa determina, tra le premesse, si legge che “l’Amministratore Unico di SOSVIMA SpA con nota prot. N° 1780 dell’16.02.2021 ha invitato il Responsabile del Settore Tecnico dell’Unione di voler procedere con la massima celerità possibile all’avvio delle procedure necessarie al raggiungimento del precitato obiettivo”

Con questo passaggio nel nostro racconto entra in gioco un altro attore, cioè la Sosvima (Società Sviluppo Madonie), una società pubblico-privata nata nel 1997 come soggetto responsabile del patto territoriale e che da tanti anni consorzia enti pubblici e forze imprenditoriali, diventando ormai da tempo una realtà consolidata per lo sviluppo del territorio, grazie alle sue capacità progettuali e relazionali. A guidare la Sosvima, che ha sede a Castellana Sicula, è l’amministratore unico dottor Alessandro Ficile.  

Dal contenuto delle poche righe in cui la Sosvima è citata nella determina, possiamo dedurne che di certo non manca di autorevolezza o di capacità di convinzione se solo due giorni dopo dal “sollecito” viene nominato il RUP.

Qualcosa però non ha funzionato per il meglio, dato che il 7 aprile 2021 il geometra Spinoso rassegna le sue dimissioni volontarie irrevocabili dal ruolo di Responsabile Unico del Procedimento e così il 19 aprile 2021 con la determina n.19 dell’Unione dei Comuni viene nominato il nuovo Rup nella persona dell’ingegnere Pietro Conoscenti. A firmare la determina è ancora una volta il Responsabile del Settore Tecnico dell’Unione, cioè l’ingegnere Pietro Conoscenti. Quale sia il motivo delle dimissioni non si sa, ma quello che salta agli occhi è che solo tre giorni dopo, il 22 aprile, viene approvato dall’Unione il progetto per la fornitura di Kit di contatori intelligenti, un “piccolo” progetto da quasi tre milioni di euro.

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Una spremuta di acqua intelligente/1

Inchiesta-“cuntu” sulla rivoluzione in atto nel settore idrico in molti comuni delle Madonie e del Palermitano – Cap. 1

Mettetevi comodi se avete voglia di sapere cosa si muove in molti comuni del palermitano e in particolare delle Madonie attorno ad uno dei beni primari per la vita dell’uomo e cioè l’acqua. In fondo riguarda anche le vostre tasche, dato che diversi comuni si stanno attrezzando con dei mutui per far fronte alle spese necessarie per adeguarsi alle nuove leggi e regolamenti. Sono tutte quante spese necessarie? Starà a voi rispondere a questa ed altre domande, se avrete un po’ di tempo e di attenzione da dedicare alla lettura di questo lungo pezzo. Del resto anche l’acqua impiega il suo tempo per scendere dalle montagne fino a valle. A noi invece tocca l’onere di proporvi questo “cuntu”, un’inchiesta che inizia proprio dal conto, dal conteggio dell’acqua che sarà affidato a dei contatori intelligenti e che abbiamo diviso in tre parti. Seguirà poi la parte relativa al regime di salvaguardia, quello ottenuto dai comuni per continuare a gestire in proprio il servizio idrico. Anche lì ci sarà tanto da raccontare e da spiegare. In quanto al metodo, abbiamo deciso di non dare nulla per scontato, per questo abbiamo citato nel dettaglio leggi e regolamenti, abbiamo cercato di guardare ai vantaggi e ai possibili svantaggi di determinate operazioni su larga scala, abbiamo cercato di avere informazioni su cosa accade altrove per capire meglio cosa sta succedendo sulle Madonie. Adesso possiamo aprire i rubinetti. Servitevi pure.

I NUOVI CONTATORI: DOVE QUANDO E PERCHE’

Tra qualche mese in undici comuni delle Madonie faranno la loro comparsa i nuovi contatori intelligenti che andranno a sostituire i vecchi contatori dell’acqua. Veniamo ai numeri: un totale di 21.980 contatori e 37 sistemi smart (telelettore e software di gestione) per un importo a base d’asta che è stato fissato in quasi tre milioni di euro, per la precisione 2.940.893,79 euro

Tabella tratta dalla deliberazione n.16/2021 della giunta dell’Unione dei Comuni “Madonie” con i costi complessivi del progetto.

Il progetto “Fornitura di kit contatori per acqua potabile con modulo di telelettura” è stato infatti approvato dalla giunta dell’Unione dei Comuni Madonie il 22 aprile 2021 e il 3 giugno è stato sottoscritto l’avviso pubblico di manifestazione di interesse per procedere alla selezione delle aziende che parteciperanno alla procedura ristretta. Ultimo giorno utile alle imprese che vorranno  partecipare a questa gara sarà il 6 luglio.

I comuni interessati a questa “rivoluzione smart” sono: Caltavuturo, Campofelice di Roccella, Castelbuono, Collesano, Geraci Siculo, Isnello, Petralia Soprana, Petralia Sottana, Polizzi Generosa, Scillato e Sclafani Bagni, al cui interno risiedono complessivamente più di 35mila cittadini.

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Isnello, Comune irtuoso

Isnello, Comune irtuoso. Non si capisce? Forse ho dimenticato di dirla tutta, ora vengo e mi spiego. La bella notizia è quella comunicata sui canali social del Comune e del sindaco: è stata superata la quota del 65% di raccolta differenziata per il 2019 e del 75% per il 2020. 

Quindi la Regione Sicilia ci ha premiati con 22.650  euro e l’amministrazione Comunale con una delibera del 29 marzo ha deciso di confermare la riduzione del 25% della tassa sull’immondizia (TARI) per il 2021 per i commercianti, e di abbattere di un ulteriore 45% la tassazione per le attività più colpite, come bar e ristoranti. Lo so che lo sapete. Tanti like lo testimoniano. E in effetti è una bella notizia. Non solo il risultato raggiunto ma la scelta dell’amministrazione di sostenere le attività commerciali in sofferenza. 

Adesso arrivo alla nota dolente. Sempre il 29 marzo, l’amministrazione Comunale di Isnello con una delibera ha approvato le nuove tariffe del Servizio idrico integrato cioè dell’acqua per il 2021. Tariffe che dovranno essere ora approvate dall’Ati Palermo e che prevedono un incremento del 5%. Quindi aspettiamoci bollette più salate per l’anno in corso e certamente questo non è un capriccio dell’amministrazione, anzi, poteva andare pure peggio, visto che il margine di incremento poteva arrivare al 9% e ci sono tante cose da fare, sistemare le reti idriche, installare i contatori intelligenti ecc ecc. 

Lo sapevate che le bollette dell’acqua saranno più salate? Attenzione: stiamo parlando di atti pubblici, tutto discusso in consiglio comunale e pubblicato sull’albo pretorio del Comune. Tutto regolare. Il punto è come mai alcune deliberazioni diventano notizia e altre che incidono altrettanto o forse di più sulla vita di una comunità no? Uno dei criteri per cui un fatto diventa notizia, la cosiddetta notiziabilità, dovrebbe essere quello per cui riguarda la vita di tante persone, e se la matematica non è un’opinione, i commercianti di Isnello sono un po’ meno dei residenti. 

Qualcuno più intelligente di me dirà che ci è arrivato subito al perché di questa scelta di non notiziabilità. Perché forse quella dell’aumento delle tariffe idriche non è una bella notizia. Ma qualcuno dovrebbe darla, anche se quest’aumento fosse inevitabile o un atto dovuto. E qui forse sarebbe il caso di parlare di quello che dovrebbe essere il ruolo dell’opposizione. Alla maggioranza invece suggerirei di comunicare senza omettere quello che può risultare poco piacevole, quello che non attira like. Insomma, di dirla tutta. 

Allora sì che si che il comune di Isnello si potrebbe fregiare del titolo di virtuoso. Per intero.

Gianpiero Caldarella