L’antimafia da bere e quella da stroncare. Il caso Colajanni

Cos’è diventata l’antimafia? Tre anni fa pubblicai un libro dal titolo “Frammenti di un discorso antimafioso” dove -per farla breve- prendevo in rassegna fatti e comportamenti che nella storia di questo Paese e della Sicilia in particolare, lasciavano intendere che la mafia non è mai stata combattuta veramente fino in fondo. Troppi errori, troppe connivenze. Chi ha provato a combatterla con tutto sé stesso è stato spesso isolato dalle istituzioni, dai colleghi di lavoro, dalla società in genere. Ma era il 2015 ed emergeva prepotentemente un nuovo fenomeno, quello dei “mascariati”, di quelli che indossavano la maschera dell’antimafia d’apparato (casi Helg, Montante..) per poter più agevolmente mettere in atto condotte illecite o addirittura paramafiose.

Negli ultimi tre anni, poi, sono successe varie cose che mi hanno inquietato, come l’accanimento investigativo contro il giornalista di “Telejato” Pino Maniaci che aveva denunciato per mesi in totale solitudine la condotta del giudice Silvana Saguto, responsabile della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, cioè dei beni confiscati. Tre anni di intercettazioni per contestare una presunta tangente di 364 euro se non ricordo male (300 + iva insomma). E adesso anche “Libero Futuro”, l’associazione antiracket fondata da Enrico Colajanni, si trova “condannata” a non poter fare il suo lavoro (più di trecento imprenditori assistiti in questi anni nelle denunce contro il pizzo) a causa di una interdizione prefettizia, in quanto sospettata di avere sostenuto imprenditori collusi con la mafia. Un’accusa infamante, certo. Il fatto è che Enrico Colajanni lo conosco da molti anni, ancora prima che muovesse i primi passi nel mondo dell’antimafia e so quanto sia generoso e corretto, fino allo sfinimento. Sarebbe incapace di approfittarsi di chiunque ma molto capace di aiutare tanta gente.

LO SO.

Ne ho avuto più volte dimostrazione. Cosa distingue allora Enrico dai tanti paladini e soloni dell’antimafia che non hanno mia avuto problemi o porte chiuse in faccia? A mio avviso la differenza sta nella grande onestà intellettuale, nella capacità di non tacere anche quando la giustizia si trasforma in una sorta di affare privato, dove è meglio non mettere il becco sui comportamenti equivoci o palesemente scorretti da parte di alcuni settori delle istituzioni. Chi glie lo faceva fare sennò a prendere le difese di Maniaci o del prefetto Caruso che per primo sollevò il caso dell’anomala gestione dei beni confiscati? In fondo per i farisei della legalità erano solo dei perdenti, meglio lasciarli perdere. Solo così sarebbe stato più facile fare “carriera”. Meglio non sporcarsi le mani e affidarsi alle veline del palazzo.

Il fatto è che se si opera nell’antiracket, cioè se si cerca di convincere e sostenere degli imprenditori a denunciare coloro che li taglieggiano, bisogna anche essere autorevoli, cioè credibili. In poche parole, le vittime del racket sanno che rischiano, pertanto non intraprenderebbero mai un percorso di denuncia se sospettassero che il loro interlocutore sia un “fasullo”. Deve quindi essere qualcuno che non ha paura di parlare chiaramente e di rischiare anche lui.

Gli uomini dalla doppia faccia, i farisei, invece hanno dallo loro l’autorità, ma a volte mancano di autorevolezza. E quella non la dà il 27 del mese o le buste paga belle gonfie, ma è la storia personale che parla per noi. Quando si crea un cortocircuito, come in questo caso, chi ci perde siamo tutti noi. Sacrifichiamo gli uomini migliori affinché i mediocri conservino le loro posizioni di privilegio. Così si mettono le basi per un Futuro Poco Libero.

In questo momento Enrico Colajanni è in sciopero della fame. Mi piacerebbe poter fare di più per quest’uomo che ha reso migliore la Sicilia.

Gianpiero Caldarella

PS: Ti invito a sostenere Enrico Colajanni attraverso questa pagina:

https://www.facebook.com/events/1214291595394919/

Er cecato e Occhionero

Se ritrovarono tutt’e due a Regina Coeli,

dopo aver ballato la danza dei sette veli

con la panza ricoperta di peli.

“Tu l’hai cojonati co’ mafia capitale

ma io so i cazzi di tutto lo stivale”

disse Occhionero al suo rivale.

“Qui semo ar gabbio e semo a Roma, coccobello,

qui so’ meglio io, altro che virus, usa er cervello”

rispose Er cecato senza fare bordello.occhineri

E così, dopo quella che pareva ‘na provocazione

i due si misero a cercare una soluzione,

che in fondo tutt’e due c’avevano ragione.

“Se ce scambiamo le notizie non è male

tiriamo in mezzo ar ministro e ar cardinale

e vediamo che succede in tribunale”.

L’occhio nero tutto furbo guardò l’occhio bendato,

e capirono che stavorta avevano svortato,

che messi insieme non ci poteva neanche un magistrato.

Che i segreti in Italia sono come le suole

pesti la merda e dici: “che profumo di viole”,

occhio non vede e cuore non duole.

Gianpiero Caldarella

TgClan

Ogni volta che torno in Italia dopo periodi più o meno lunghi, ho la sensazione che è impossibile capire ciò che succede in politica se non si ha una certa confidenza con le dinamiche di funzionamento delle organizzazioni criminali.

Detto in parole povere, le “lezioni” di Carminati (vedi mafia capitale) sul mondo di sopra, di sotto e di mezzo sono più utili di un corso di diritto pubblico, privato o costituzionale se si ha l’intenzione di cogliere la direzione verso cui viaggia questa nostra società. Quello sarebbe il dato reale.corrado

Poi c’è il “Paese apparente”, che è quello che ci raccontano i papaveri istituzionali, quelli che occupano le poltrone che contano, non solo politici, ma anche grandi funzionari, faccendieri e facce di culo. Un Paese dove la corruzione è solo una deviazione e non la regola, dove le mafie meritano meno attenzione del traffico nelle ore di punta, dove la povertà è un tabù di cui è meglio non parlare. Un Paese proprio a-parente, cioè a misura di parente. Dicono che in democrazia i partiti sono necessari. Ok, però potrebbero pure chiamarli Clan. Giusto per evitare equivoci.

Magari un giorno potremmo anche assistere alla comparsa di un Clan Democratico. In fondo non cambierebbe tanto, solo le parole.

Anche i TgClan potrebbero funzionare più o meno allo stesso modo.

Gianpiero Clandarella

La Saguto, Cuffaro e l’“AVVISO AI DIFFAMATORI”. A volte ritornano!

Parliamo io e te. Parliamo della paura”. Con queste parole Stephen King si rivolgeva ai lettori nella prefazione di “A volte ritornano”, la sua prima raccolta di racconti pubblicata nel 1978.

Qualcuno di voi già si chiederà che legame c’è tra il giudice Silvana Saguto, ex presidente della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo e destinataria di un recente provvedimento di sequestro preventivo dei beni, l’ex presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro, sulla cui parabola politica non occorre aggiungere altro e il libro appena citato del maestro dell’horror Stephen King.

Il filo rosso che li lega è proprio quello della paura. Sono i diffamatori che fanno paura alla Saguto, così come facevano paura a Cuffaro.a-volte-ritornano

È di oggi la notizia che i legali di Silvana Saguto, cioè Giulia Bongiorno e Ninni Reina, hanno diffuso questa nota: “Abbiamo ricevuto mandato dalla Presidente Saguto al fine di agire contro tutti coloro che sono responsabili della diffusione di notizie erronee e fuorvianti su un procedimento in cui ancora non sono stati nemmeno depositati gli atti di conclusione delle indagini”.

Silenzio ragazzi! Attenti a quello che scrivete. In effetti la mano mi trema già. Paura?

Poi ripenso a quanto successo nel 2006, quando sul sito dell’ex governatore Cuffaro comparve l’ “Avviso ai diffamatori” che recitava così: “Chiunque abbia divulgato notizie diffamatorie nei confronti dell’on.Cuffaro a mezzo internet, è diffidato a rimuoverle dal proprio sito web. Ricorrendo infatti gli estremi di reato, i colpevoli saranno perseguiti in via giudiziaria, tanto sul piano penale quanto su quello civile per il risarcimento dei danni. In tale direzione, la rete internet è sottoposta ad un attento monitoraggio e sono già state avviate le prime denunce, sia nei confronti dei titolari dei domini, sia nei confronti dei rispettivi internet-provider responsabili in solido. Le somme recuperate saranno integralmente devolute in favore delle famiglie delle vittime di mafia e di altre opere di utilità sociale e caritativa.Continua a leggere

Commemorazioni segrete

Se c’è una cosa che funziona in Italia sono i servizi segreti.

Grazie al loro lavoro possiamo dormire sonni tranquilli, perché la sicurezza dello Stato è nelle loro mani. Mica si tratta di gente che timbra il cartellino e va a fare la spesa al supermercato, qua stiamo parlando di persone che per eccesso di zelo si occupano di garantire pure la sicurezza dei governanti, passati e futuri.

Epperò c’è sempre qualche prevenuto che si incazza perché dice che fanno più del dovuto, ‘sti poveri cristi. Che fino a quando si parlava dei presunti dossier sui magistrati raccolti dal SISMI, uno poteva pensare che tutto sommato pure loro, come personaggi pubblici, non possono pretendere di avere troppi segreti.

E siccome oltre alla sicurezza militare, anche la sicurezza democratica ha una sua importanza, ritorna d’attualità la notizia che pure il SISDE potrebbe aver avuto un ruolo nell’omicidio del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della scorta.00710

Se tutta questa storia fosse la trama di un brutto film di James Bond, verrebbe da dire che la Spectre italiana è la magistratura e che in nome di una presunta sicurezza si ha licenza di uccidere la giustizia.

E noi? Da spettatori possiamo sempre permetterci il lusso di tifare per i cattivi, ma sarebbe bene non dimenticare che siamo anche i minchioni dei produttori, quelli che pagano le tasse, compresa quella per l’ipocrisia di Stato.

Perché le commemorazioni non è che si possono fare in segreto, non sarebbero un buon servizio…

Gianpiero Caldarella

(andato in onda su Radio24 nel 2008)

Affetti collaterali

Voscienza ‘bbenedica, si mittissi comodo ‘nca ora ci dobbiamo infilare un discorso. Vossìa lo sapete megghio di Nuatri che chi canta vittoria senza sapiri quello che sta facendo è come un viddanu contento di dari zappunati ‘mmenzu u mari. È un babbasuni, non ha capito niente! Lo zio Bernardo è dentro, ma loro neanche sanno quello che stanno facendo. Vossìa l’avete vista mai una chiesa che chiude perché muore il prete? Cu campa di simboli ora si può riempire la bocca, ma non la panza, perché tutta questa storia è carta di giornali che prima poi si sputa, perché col tempo perde sapore.POSTER9

Megghio così, megghio far pensare che la Sicilia e l’Italia siano cambiate, megghio far pensare che sono gli uomini a creare le condizioni e non le condizioni a creare gli uomini. E finché ci sono certe condizioni, certi uomini non mancheranno mai. Quello che conta, e lo dice uno che si chiama Denaro, non è la moneta, ma “essere fedeli alla causa”. Ognuno come può. Pare che siamo moschettieri, che lavoriamo tutti per uno e uno per tutti. Invece funziona che sono in molti a lavorare per pochi, e mai per uno solo. Ora dicono che manca il capo. Pare una barzelletta! Ma che fa, nessuno se lo ricorda che anche alla Procura di Palermo manca il capo da più di due stagioni? Davanti al Palazzo di Giustizia che c’è scritto “chiuso per ferie”? E la Sicilia democratica della maggioranza costituita, che si indigna e si batte il petto, quando arriva il momento delle elezioni, con una mano scrive e con l’altra cerca picciuli ‘nta sacchetta. Pare che siamo al nord, che ci pigghia lo scrupolo di tapparsi il naso. Quello che fuori fa puzza, qua fa sciavuru… profumo di fedeltà. I cristiani non ci mancano. Come si dice da queste parti, si chiude una porta e si apre un portone. Per ora Bernardo è dentro, che mischino, si deve pure curare, ma tutto il suo stato maggiore è tornato in libertà nelle scorse settimane: dal Castello a Lipari… Sempre a norma di legge, per carità. Quello che dobbiamo fare adesso, è dare ragione a tutti, perché sappiamo che la ragione ce l’hanno le puttane. E che nessuno si azzardi di avere nostalgia dei pizzini, perché non ce ne sarà di bisogno. O vi siete scordati di come li facciamo entrare e uscire dal carcere? Entrare e uscire, perché nessuno parla da solo. Pure questa dei pizzini sta diventando una moda e i parlamentari, come sempre, sono i primi a prendersi le buone abitudini di casa nostra. Ora vi dobbiamo lasciare, ma ricordate che quando vi diranno: “Addio Pizzini”, potete sempre rispondere: “Avete ragione”. Baciamo le mani.

Gianpiero Caldarella

(pubblicato sul mensile “Pizzino”, n.9, maggio 2006)

“No Mafia No Party No Trame” e l’inchino a Sant’Antonio

Domani non sarò a Lamezia Terme per il Festival Trame (Festival dei libri sulle mafie giunto alla sua sesta edizione) a presentare lo spettacolo “No Mafia No Party” assieme a Matilde Politi. Lo comunico qui solo oggi, ma lo spettacolo è stato annullato circa una settimana fa. Il motivo? Semplicemente una coincidenza, ho dovuto “cedere il passo” a Sant’Antonio da Padova. Già, c’era la festa del santo il 19 giugno, e, da quello che dicono gli organizzatori, sono stati avvisati solo all’ultimo momento di questo “spiacevole disguido”. C’era il rischio che venisse poca gente, mi han detto e in qualche modo non valeva la pena fare questo sforzo. Capisco.lamezia_santantonio

Naturalmente questa cosa cambiava i programmi dato che a fine maggio dall’organizzazione del Festival mi si comunicava via mail le testuali parole: “Confermiamo il nostro interesse per la presentazione del libro “Frammenti di un discorso antimafioso” e relativa presentazione/spettacolo che avremmo inserito nel nostro programma per la domenica 19 giugno Ore 22:30 Chiostro di San Domenico (orario e location da confermare)
In scena. Frammenti di un discorso antimafioso. No mafia no party.” Continua a leggere

L’eredità di Falcone nella terra degli infedeli

La strage di Capaci 24 anni fa segnò la storia di questo Paese. Da allora in poi Falcone diventerà un esempio, un eroe. Prima di quel 23 maggio ’92 per molti era anche un amico e continua ad esserlo. Per tantissimi altri era un avversario da mettere fuori gioco. Per i mafiosi era solo un bersaglio. E loro il bersaglio lo hanno centrato. Ma noi popolo, noi osservatori distratti, noi cittadini spesso inconsapevoli, cosa abbiamo veramente capito della lezione di Giovanni Falcone? Quale eredità raccogliamo dai suoi sforzi? Veramente pensiamo che riempire le piazze di “panze e presenze”, lasciando da parte gli insegnamenti tuttora “scomodi” di Falcone sia un buon modo per ricordarlo?

So benissimo di non essere nessuno per poter parlare di Falcone, quel giorno avevo solo 18 anni, frequentavo l’ultimo anno del liceo a Castelbuono, vivevo in montagna a Isnello e dopo pochi mesi mi sarei trasferito a Palermo per studiare giornalismo e quella è diventata la mia città per una ventina d’anni e passa. E allora che autorevolezza avrei per parlare? Nessuna, e infatti lascerò parlare qualcuno che con Falcone ci ha lavorato fianco a fianco, lo ha visto al lavoro, lo ha intervistato.

Uomini che parlano nel bel documentario di Salvatore Cusimano dal titolo “Nella terra degli infedeli”, proiettato ieri pomeriggio a Isnello (PA) alla presenza dell’autore, in un auditorium pieno zeppo, circa 150 persone. Un documentario delicato nei toni e rigoroso nei contenuti.

Il giornalista Saverio Lodato davanti alla telecamera afferma: “non dimentichiamo che uno dei primi atti che compie Giovanni Falcone da giudice istruttore quando inizia ad indagare seriamente sulla mafia, ma ancora non sa cosa sia la mafia, sa che esiste, ne vede i risultati, ne conta i morti, ne conta le stragi, ne conta i delitti; uno dei primi strumenti che lui decide di adoperare è lo strumento bancario e lui telefona a tutti i direttori di banca di Palermo, di sedi centrali e di agenzie, chiedendo che mandino all’ufficio istruzione di Palermo, tutte le movimentazioni per assegni superiori a un determinato importo. Falcone era convinto che seguendo il denaro si sarebbe trovata la mafia, mentre seguendo la mafia non si sarebbe trovato il denaro”.

Nulla di nuovo direte voi, ma a questo proposito c’è una domanda che vorrei porvi. Il metodo di Falcone quanto ha inciso nella lotta alla corruzione che sembra essere diventata la piaga maggiore di questo Paese? Giudicate voi se quell’eredità è stata raccolta.94

A un certo punto parla il generale della Guardia di Finanza Ignazio Gibilaro e dice: “Le carte parlano e quella capacità di ascoltare le carte era forse uno dei principali vantaggi competitivi che aveva il giudice Falcone. Lui aveva un’esperienza di giudice fallimentare, una capacità di leggere i bilanci, di fiutare il riciclaggio…”.

Per chi non conosce la biografia di Falcone questa sarà un’informazione interessante. Ma a questo punto non posso evitare di pormi un’altra domanda. La sezione fallimentare del Tribunale di Palermo, da Falcone in poi, è riuscita a fare tesoro del suo metodo e a fornire nuovi giudici capaci di incidere nella lotta alla criminalità organizzata? Oppure, come dicono in tanti sotto voce, e come aveva annunciato il giornalista Pino Maniaci prima di essere “esiliato”, sarebbe diventata qualcosa che somiglierebbe a un centro di potere poco trasparente?

Un altro elemento ce lo da il giudice Gioacchino Natoli che aveva lavorato accanto a Falcone nel pool antimafia: “quando si passò dalla struttura militare, dall’ala militare di cosa nostra, alle prime relazioni esterne di cosa nostra in campo amministrativo e soprattutto politico, allora la presa di distanza divenne sempre più ampia, divenne sempre più efficace e trovando sponda anche in talune campagne giornalistiche, cominciarono a mettere in dubbio la figura di Giovanni Falcone, isolandolo, creandogli delle difficoltà che poi sono diventate talmente note che parlarne oggi, a quasi 25 anni dalla sua uccisione, mi sembra addirittura un voler perdere tempo”. Continua a leggere

Pino Maniaci, Frank Zappa e i tagliatori di teste

Si propone di eliminare la forfora tramite la decapitazione”. Tranquilli, non è una frase di Pino Maniaci, ma di un suo illustre “compaesano”: Frank Zappa. Suo padre era originario di Partinico e la sua fama di genio eclettico e ribelle è ancora un vanto per quella cittadina che a Frank ha anche dedicato una via. Al di là dei successi musicali, Zappa aveva una cosa in comune con Maniaci, anzi due: i baffoni e un po’ di grane con la giustizia. Nel 1963 fu accusato di associazione a delinquere per la produzione di materiale pornografico. Accusa che si rivelò infondata ma che non impedì a quel geniaccio di soggiornare per una settimana nelle patrie galere a causa di un reato minore. Nel 1985 poi fu costretto a difendersi davanti al Senato degli Stati Uniti per le accuse mossegli da un’associazione di genitori convinta del fatto che l’opera di Zappa rappresentasse un’offesa al buon costume. In quell’occasione pronunciò la frase sulla decapitazione che avete letto prima. Il linguaggio di Zappa non era certo “politically correct” e per questo subiva molte attenzioni da parte delle autorità e degli aspiranti “censori”. Ma sulla qualità della sua musica e delle sue composizioni, c’è poco da dire. Ascoltare Zappa è ancora un piacere.54d540396974b94487453454281ea

Veniamo adesso a Pino Maniaci, e alla qualità delle sue “composizioni giornalistiche”. Il combattivo cronista di Partinico, infatti, è stato dipinto in questi giorni come uno che faceva giornalismo per ritagliarsi un ruolo da “estortore”, o presunto tale. Attenzione, non stiamo parlando di un giornalista denunciato per fare un “doppio lavoro”, ma di un giornalista accusato di intimidire dei sindaci per estorcere denaro in cambio di un presunto “ammorbidimento” della linea editoriale.

Entrando nella redazione di Telejato, due giorni fa, Letizia Maniaci -cioè la figlia di Pino-, mi ha però confermato che nessun investigatore ha messo i piedi in quella redazione da quando è scoppiato lo scandalo per avere copia dei servizi trasmessi da Telejato. Né tantomeno lo ha fatto (e probabilmente non rientrava nei suoi compiti) l’Ordine dei Giornalisti. Un po’ come dire che la musica di Frank Zappa offende la morale pubblica senza avere mai ascoltato un suo disco.

Sì, va bene, ma ci sono i sindaci di Partinico e di Borgetto che lo “inchioderebbero” alle sue responsabilità, che erano talmente intimiditi, secondo gli inquirenti, da pagare di tutto e di più.

Eppure, nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa nei giorni successivi, il sindaco di Partinico, Salvo Lo Biundo ha affermato che “Telejato deve continuare il suo lavoro perché sotto l’aspetto delle accuse contro la mafia ha operato nel massimo delle sue potenzialità” e che “Telejato non ha mai risparmiato la mia persona. Dice cose inesatte chi paventa intrecci tra me e Maniaci: invece io venivo attaccato costantemente mediaticamente e politicamente nella mia attività amministrativa.” Gli fa eco l’assessore comunale alla Pubblica Istruzione, Giovanni Pantaleo, il quale afferma che anche lui “pagava” Pino Maniaci: “anche a me li chiedeva per mantenere la sua emittente e io ho contribuito: 20-30 euro per la bolletta della luce e per comprare il latte ai cagnolini o per aiutare qualche persona che si rivolgeva a lui. Ma ciò non significava sottostare a un ricatto ma era un modo per aiutare una televisione e un personaggio coreografico.” Durante un consiglio comunale a Partinico si è anche parlato della presunta amante di Maniaci affermando che è stata aiutata per “carità cristiana” e non per costrizione. Poche centinaia di euro per fare le pulizie date ad una madre con una figlia disabile. Se sono state commesse delle scorrettezze ai danni di qualcun altro avente diritto è giusto comunque che vengano accertate e che paghi chi di dovere. Continua a leggere

Maniaci, le intercettazioni e “le vite degli altri”

Il dibattito sulle intercettazioni in Italia dura ormai da anni. Forse, più che il dibattito sarebbe meglio dire lo scontro, visto che anche su questo tema ci si è spesso divisi sulla base di un atteggiamento manicheo. Tutto buono o tutto marcio. La vicenda processuale di Pino Maniaci si sta rivelando estremamente delicata anche per la luce (o le ombre) che getta su tante altre questioni. Una di queste è quella delle intercettazioni. L’avvocato Bartolomeo Parrino, nel corso di un’intervista negli studi di Telejato (http://www.telejato.it/home/cronaca/caso-maniaci-parla-lavvocato-difensore-bartolomeo-parrino/), approfondisce la questione ponendo degli interessanti quesiti che investono tanto il dibattito parlamentare sulle intercettazioni quanto la deontologia professionale di chi fa informazione. L’avvocato Parrino afferma (a partire dal minuto 7’30”):

Dobbiamo preoccuparci di un utilizzo dei mezzi di intercettazione quando questi diventano così invasivi, così pericolosi che a prescindere da quello che è il loro rapporto rapporto col processo penale, la loro incidenza nel fatto/reato, diventano uno strumento solo per delegittimare.

A questo proposito voglio dire che mi viene da pensare, da interprete del diritto, siccome si discute sulle intercettazioni telefoniche, io ritengo anche da avvocato che le intercettazioni telefoniche siano uno strumento fondamentale di indagine investigativa, uno strumento del quale non si può fare a meno. Mi viene da pensare che un utilizzo così spregiudicato delle intercettazioni probabilmente mira a rimettere in discussione la stessa legge. In altri termini, voglio dire che in realtà le stesse persone che utilizzano spregiudicatamente le intercettazioni, probabilmente sono quelle che ne vogliono la modifica legislativa, le vogliono abolire o comunque le vogliono modificare, perché sennò ci sarebbe sicuramente un’attenzione massima all’utilizzo di uno strumento così delicato. E questo lo ribadisco perché ho avuto modo già di dirlo quando è venuta fuori quell’intercettazione che riguardava il presidente delle misure di Prevenzione sui figli di Borsellino. Un’intercettazione che si può criticare quanto si vuole, ma che non doveva essere pubblicata, un intimo pensiero, convincimento di un soggetto nell’intimo della sua privacy che viene pubblicato e dato in pasto alle persone.Immagine48

L’inquietudine dell’avvocato circa un possibile rapporto tra uso spregiudicato delle intercettazioni e le proposte di restrizioni all’uso delle stesse non pare fondata sul nulla. In più, la precisazione sul fatto che la pensava (e lo affermava) allo stesso modo anche quando sono venute fuori le intercettazione sulla giudice Silvana Saguto che parlava dei figli di Paolo Borsellino, dovrebbero far cadere ogni possibile illazione sul “garantismo a convenienza”. Continua a leggere