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Panta rei. Due libri per uscir fuori dal pantano

Ogni tanto bisognerebbe mettere un punto fermo su questioni che sembrano da sempre scivolosissime. E la mafia è una di queste questioni, forse la principale per un Paese che ha fatto di questo marchio, o “brand” se preferite, uno dei maggiori veicoli dell’italianità.

Di storie ce ne sono tante, di cronisti meno che una volta, di storici pochi, di narratori illuminati quasi nessuno.

Certo, questa riflessione arriva a distanza di due anni dalla pubblicazione de “Il padrino dell’antimafia”, sottotitolo “una cronaca italiana di un potere infetto”di Attilio Bolzoni e ad un anno di distanza dall’uscita in libreria de “La notte della civetta”, sottotitolo “storie eretiche di mafia, di Sicilia, d’Italia”, di Piero Melati. Entrambi i libri sono pubblicati da un editore milanese, “Zolfo”.

Ora, dato che tutto scorre, questi due libri dovrebbero essere ormai “datati”, fuori dai radar della grande – o piccola – promozione del mercato editoriale e, non trattandosi di romanzi o storie di fantasia, i fatti che sono raccontati al loro interno dovrebbero essere stati superati dalla realtà.

Niente di più falso. La realtà, o meglio, le realtà che sono raccontate in questi due libri riescono a modificare il modo in cui percepiamo il nostro presente, dandoci qualche strumento per anticipare le mosse che verranno, come in una partita a scacchi. Dall’altra parte della scacchiera c’è la mafia.

Una mafia che non è altro da noi, dalla Sicilia o dall’Italia, che non è solo un’organizzazione criminale, ma una rete di relazioni, di convenienze, di rette che non dovrebbero incontrarsi se non all’infinito e che invece si incrociano proprio davanti all’uscio di casa e spesso entrano anche dentro. Una mafia che non si potrà mai battere se prima non la si comprende.

E per comprenderla bisogna sentirne il respiro, ma occorre anche avere la fortuna di imbattersi in qualcuno che la sappia raccontare senza nessuna presunzione di fare il professore, senza fermarsi, in un movimento continuo che somiglia ad una danza attorno ad un oggetto che cambia continuamente forma. Una danza ha sempre una musica che la accompagna. 

Nel caso di Melati, de “La notte della civetta”, questa musica è un blues a tratti straziante. C’è un desiderio di libertà che nasce dal dolore; in catene non c’è uno schiavo nelle piantagioni di cotone, ma un’intera città, Palermo, che attraversa gli anni ‘70 e ‘80 quasi in apnea, in una grande vasca ricolma di sangue ed eroina. All’autore spetta il gravoso compito di essere un testimone di quegli anni, di quei fatti, che segue da cronista per il giornale L’Ora, fino al maxiprocesso. Un testimone non impermeabile, a tratti si ha la sensazione di sentire tra le righe il suo battito cardiaco che accelera nel ricordare certe strade, suoni di sirene, incontri nei palazzi di giustizia. Un uomo che con grazia e lucidità mette il lettore in guardia dal rischio di trovarsi di fronte ad una realtà che per troppo tempo è stata tragicamente taciuta, e non solo per via del politicamente corretto, o di interessi specifici o deviati, ma più semplicemente per quelli che sono i limiti della “diretta”.

Un atto che somiglia al togliersi i sassolini o i macigni dalle scarpe. Non un atto di vendetta, ma un atto di amore verso la propria gente e le tante storie che partendo da Palermo hanno contribuito in modo determinante a costruire l’identità non solo della Sicilia, ma anche dell’Italia.

Anche se Melati non si pone mai la domanda, questo ispirato lavoro darà al lettore degli strumenti irrinunciabili per capire cosa è la mafia, com’è possibile che siamo arrivati a questo punto, cosa dovremmo attenderci e come i nostri corpi e le nostre menti, per quanto si sentano assolti, siano lo stesso coinvolti.

Tornando alla danza, nel caso di Bolzoni, autore de “Il padrino dell’antimafia”, la musica che accompagna il suo lavoro potrebbe essere un rock con contaminazioni di elettronica.

Finalmente qualcosa di nuovo. Qualcosa che ci permette di capire a distanza ravvicinatissima come l’ascesa e la caduta di uno dei maggiori protagonisti dell’antimafia istituzionale – non un “eroe”, neanche tra virgolette – possa raccontare della trasformazione della mafia negli ultimi due decenni almeno. Non si tratta solo di mettere a fuoco la crisi in cui versa da anni il movimento antimafia attraverso il racconto della parabola umana e giudiziaria di Antonello Montante, ex delegato nazionale di Confindustria per la legalità. Quello è lo spunto per entrare in un labirinto dove potere economico, potere delle istituzioni e potere mediatico si incrociano in nome di un interesse che non è certo l’interesse dei cittadini. Il risultato è la creazione di un “mostro”; ma del “santino”, dell’immaginetta di Montante ce ne facciamo ben poco se non comprendiamo che quello è solo l’effetto. 

Volete che vi parli della causa o delle cause? Non lo farò, quelle sono sempre le stesse, in più di 150 anni della storia della mafia.

Quello che qui interessa è il metodo, il procedimento, il come OGGI si riescano ad ottenere certi risultati. E Bolzoni in questo è magistrale, nel prenderci per mano e condurci in un labirinto dove ad ogni angolo si fanno incontri inaspettati, dove si comprende plasticamente che il potere su cui si fonda la nuova identità delle vecchie organizzazioni criminali si basa più sulle informazioni e sull’immagine che sulle armi. Un percorso che a tratti rischia di far venire le vertigini, come l’assolo di una stratocaster che si fonde con i suoni di un sintetizzatore di ultima generazione. Un “sistema” tanto modernamente ben strutturato quanto quasi perfetto quello raccontato da Bolzoni. L’unico tarlo che poi farà crollare il castello sarà proprio il “fattore umano”, il carattere di Montante, troppo eccessivo. Un libro che, attraverso il peggio dell’antimafia vista in questi anni, parla della mafia, di cosa è diventata, di come è in grado di organizzarsi e compromettere lo Stato, del come si muovono certe pedine nella scacchiera e di come certe antiche metafore su pupi e pupari funzionino ancora a dovere.

La modernità in fondo non è altro che la tradizione 2.0.

Due libri per uscire dal pantano scrivevo nel titolo. Il pantano costituito dalla retorica e dalle liturgie che spesso rappresentano uno di quei veli che ci impediscono di capire di cosa stiamo parlando quando parliamo di mafia. Quando ne parliamo oggi.

E oggi, come ieri, non c’è contenuto che non meriti di avere una forma.

O, se preferite, anche il contrario.

Buona lettura! Se siete arrivati fin qui le vere letture per voi inizieranno un po’, quando avrete fra le mani questi due libri. 

Gianpiero Caldarella

In evidenza

Netflix e la vendetta degli anti-padrini

Pino Maniaci e Silvana Saguto, volente o nolente, sono diventati delle star. La serie distribuita da Netflix in sei episodi che vede al centro della narrazione due personaggi “simbolo” dell’antimafia, ha fin da subito varcato i confini nazionali. Quella che nasce come una “piccola” storia locale sta lentamente diventando una chiave per aprire le porte che mostrano al mondo cos’è diventata la Sicilia. Non tutta la Sicilia, ma certamente quella che nei decenni ha fatto più parlare di sé, perché questa terra è stata la culla della mafia. 

Francis Ford Coppola con “Il Padrino” ha realizzato un capolavoro anche perché ha messo le mani nel tempo presente, nella contemporaneità. E da decenni ormai, mentre anche la mafia aveva cambiato i suoi connotati, in Italia si continuavano e si continuano a produrre film e telefilm-e molto più raramente documentari o docu-serie-, spesso solo per la tv, che raccontano fatti di sangue vecchi di almeno 30 anni. Certo, la memoria ha la sua importanza, ma per sapere qualcosa dell’oggi ci si è affidati solo alle inchieste delle pochissime trasmissioni che portano avanti questo genere di giornalismo in Italia, da Report a Presa Diretta a poco altro. Nulla di veramente “trasversale” e tantomeno di internazionale.

Adesso, con la docu-serie “Vendetta – Guerra nell’antimafia”, ideata e realizzata tra l’altro da due giovani registi siciliani, Davide Gambino e Ruggero Di Maggio, la Sicilia e Palermo tornano a lanciare un messaggio che ha il sapore dell’universalità. E guardacaso non è più la mafia, ma l’antimafia a diventare l’oggetto della narrazione. Narrazione che è precisa, chirurgica, finemente documentata, esteticamente ed antropologicamente accattivante, stilisticamente vicina al modello di giornalismo anglosassone che distingue i fatti dalle opinioni. Insomma, gli autori conoscono bene il loro mestiere e sanno cosa raccontare.

Ma noi non viviamo a New York per cui possiamo farci un’idea di Mister Maniaci solo dopo aver visto la serie, né viviamo a Parigi per cui possiamo parlare di Madame Saguto alla stessa maniera.

Avevamo già le nostre idee, e qualcuno di noi, come il sottoscritto, ha raccontato i suoi dubbi quando tutto questo è iniziato, quando sono comparse la foto di Maniaci sui tg e in prima pagina di qualche quotidiano dell’isola accanto alle foto di mafiosi arrestati tra Partinico e Borgetto nella stessa operazione. Sono molti gli articoli che ho scritto in quel lontano maggio e giugno 2016 su Maniaci. Era un argomento scottante; solo a raccontare quello che non convinceva di quella rappresentazione mediatico-giudiziaria o a ricordare gli effettivi meriti sin lì avuti da Maniaci nel narrare quanto altri sapevano ma non volevano dire, si veniva tacciati di essere dei “novelli garantisti”, dei “fastidiosi” e tanto altro. Altri guai capitarono allora ad associazioni antiracket come “Libero Futuro”, e uno dei responsabili come Enrico Colajanni, si vide costretto a fare lo sciopero della fame. Insomma, il clima non era proprio sereno.

Maniaci fu massacrato su giornali e tg e, come spesso accade, la sua vittoria nel processo di primo grado per l’inconsistenza dell’accusa di estorsione -resta la condanna per diffamazione- passò quasi in sordina. 

La giudice Silvana Saguto, invece, forse per ignoranza mia, non era considerata un simbolo. Sì, da anni si discuteva dei beni sequestrati e di come quasi sempre andassero in rovina, ma come spesso succede per le mancanze o i disastri dello Stato, dalla sanità alla viabilità a tutto il resto, difficilmente si associa un volto a una responsabilità. Ne iniziò a parlare Maniaci e uscì “dall’anonimato”, ma perlopiù era sempre un nome noto ai soli addetti ai lavori. Quando la sua foto uscì sui giornali e nei tg, in pochi la difesero. Perché? Forse perché non era un simbolo, ma un ingranaggio, sia pur molto importante, del sistema. 

E adesso, grazie a questa serie, abbiamo avuto la possibilità di conoscere la sua voce, il suo guardaroba, la sua casa, i suoi familiari, le sue ragioni e il suo modo di esporre quelle ragioni. La frase che più mi rimane impressa è: “sono furibonda”. Mai un ripensamento, un attimo di esitazione, qualcosa che facesse pensare al fatto di avere qualche dubbio sulla sua condotta. Una donna tutta d’un pezzo, che si muove nelle aule dei tribunali come una leonessa nella foresta. Una donna abituata a detenere lo scettro del comando, eppure nella ricostruzione dei fatti che le gira intorno e che il tribunale in primo grado ha ritenuto di condannare a otto anni, difficilmente è un personaggio nel quale gli spettatori potranno identificarsi.

E qui viene fuori la domanda ai miei conterranei: è un’eccezione la dottoressa Saguto oppure questo tipo di “baldanzosità” la si può riconoscere anche in altri “potenti” che reggono le sorti dell’isola? Qui il discorso si fa prettamente antropologico e mette da parte gli aspetti giudiziari o criminali. Sì, perché la sensazione è che se gli atteggiamenti della Saguto sono replicabili in altri ambiti dell’amministrazione della cosa pubblica, la questione da porci è: che tipo di persone siamo noi? 

Siamo sudditi che quando il padrone alza la voce ci nascondiamo sotto il tavolo, o siamo cittadini in grado di vedere, sentire e parlare di conseguenza? Il tempo delle tre scimmiette -non vedo, non sento e non parlo-sembra essere finito con gli omicidi eccellenti di mafia. E adesso? È solo una guerra nell’antimafia o è una guerra nello Stato quella che si profila all’orizzonte? E non sto parlando semplicemente di veleni nelle procure, o guerra tra procure diverse, o equilibri politico-economici che si contendono il territorio. Nello Stato, che lo si voglia o no, siamo compresi noi cittadini.

Per chiudere, tornando alla docu-serie “Vendetta”, se ha avuto l’effetto di creare delle star, regalando un boccone amaro a quanti avrebbero voluto che “il caso Maniaci” si dimenticasse in fretta, ha avuto anche il merito di dire che la Sicilia non è più terra di padrini destinati a diventare popolari anche oltreoceano.

Il palco di Don Vito Corleone adesso è occupato dal dottore.

Oppure è Don Vito ad essere diventato dottore?

Gianpiero Caldarella

L’antimafia da bere e quella da stroncare. Il caso Colajanni

Cos’è diventata l’antimafia? Tre anni fa pubblicai un libro dal titolo “Frammenti di un discorso antimafioso” dove -per farla breve- prendevo in rassegna fatti e comportamenti che nella storia di questo Paese e della Sicilia in particolare, lasciavano intendere che la mafia non è mai stata combattuta veramente fino in fondo. Troppi errori, troppe connivenze. Chi ha provato a combatterla con tutto sé stesso è stato spesso isolato dalle istituzioni, dai colleghi di lavoro, dalla società in genere. Ma era il 2015 ed emergeva prepotentemente un nuovo fenomeno, quello dei “mascariati”, di quelli che indossavano la maschera dell’antimafia d’apparato (casi Helg, Montante..) per poter più agevolmente mettere in atto condotte illecite o addirittura paramafiose.

Negli ultimi tre anni, poi, sono successe varie cose che mi hanno inquietato, come l’accanimento investigativo contro il giornalista di “Telejato” Pino Maniaci che aveva denunciato per mesi in totale solitudine la condotta del giudice Silvana Saguto, responsabile della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, cioè dei beni confiscati. Tre anni di intercettazioni per contestare una presunta tangente di 364 euro se non ricordo male (300 + iva insomma). E adesso anche “Libero Futuro”, l’associazione antiracket fondata da Enrico Colajanni, si trova “condannata” a non poter fare il suo lavoro (più di trecento imprenditori assistiti in questi anni nelle denunce contro il pizzo) a causa di una interdizione prefettizia, in quanto sospettata di avere sostenuto imprenditori collusi con la mafia. Un’accusa infamante, certo. Il fatto è che Enrico Colajanni lo conosco da molti anni, ancora prima che muovesse i primi passi nel mondo dell’antimafia e so quanto sia generoso e corretto, fino allo sfinimento. Sarebbe incapace di approfittarsi di chiunque ma molto capace di aiutare tanta gente.

LO SO.

Ne ho avuto più volte dimostrazione. Cosa distingue allora Enrico dai tanti paladini e soloni dell’antimafia che non hanno mia avuto problemi o porte chiuse in faccia? A mio avviso la differenza sta nella grande onestà intellettuale, nella capacità di non tacere anche quando la giustizia si trasforma in una sorta di affare privato, dove è meglio non mettere il becco sui comportamenti equivoci o palesemente scorretti da parte di alcuni settori delle istituzioni. Chi glie lo faceva fare sennò a prendere le difese di Maniaci o del prefetto Caruso che per primo sollevò il caso dell’anomala gestione dei beni confiscati? In fondo per i farisei della legalità erano solo dei perdenti, meglio lasciarli perdere. Solo così sarebbe stato più facile fare “carriera”. Meglio non sporcarsi le mani e affidarsi alle veline del palazzo.

Il fatto è che se si opera nell’antiracket, cioè se si cerca di convincere e sostenere degli imprenditori a denunciare coloro che li taglieggiano, bisogna anche essere autorevoli, cioè credibili. In poche parole, le vittime del racket sanno che rischiano, pertanto non intraprenderebbero mai un percorso di denuncia se sospettassero che il loro interlocutore sia un “fasullo”. Deve quindi essere qualcuno che non ha paura di parlare chiaramente e di rischiare anche lui.

Gli uomini dalla doppia faccia, i farisei, invece hanno dallo loro l’autorità, ma a volte mancano di autorevolezza. E quella non la dà il 27 del mese o le buste paga belle gonfie, ma è la storia personale che parla per noi. Quando si crea un cortocircuito, come in questo caso, chi ci perde siamo tutti noi. Sacrifichiamo gli uomini migliori affinché i mediocri conservino le loro posizioni di privilegio. Così si mettono le basi per un Futuro Poco Libero.

In questo momento Enrico Colajanni è in sciopero della fame. Mi piacerebbe poter fare di più per quest’uomo che ha reso migliore la Sicilia.

Gianpiero Caldarella

PS: Ti invito a sostenere Enrico Colajanni attraverso questa pagina:

https://www.facebook.com/events/1214291595394919/

Er cecato e Occhionero

Se ritrovarono tutt’e due a Regina Coeli,

dopo aver ballato la danza dei sette veli

con la panza ricoperta di peli.

“Tu l’hai cojonati co’ mafia capitale

ma io so i cazzi di tutto lo stivale”

disse Occhionero al suo rivale.

“Qui semo ar gabbio e semo a Roma, coccobello,

qui so’ meglio io, altro che virus, usa er cervello”

rispose Er cecato senza fare bordello.occhineri

E così, dopo quella che pareva ‘na provocazione

i due si misero a cercare una soluzione,

che in fondo tutt’e due c’avevano ragione.

“Se ce scambiamo le notizie non è male

tiriamo in mezzo ar ministro e ar cardinale

e vediamo che succede in tribunale”.

L’occhio nero tutto furbo guardò l’occhio bendato,

e capirono che stavorta avevano svortato,

che messi insieme non ci poteva neanche un magistrato.

Che i segreti in Italia sono come le suole

pesti la merda e dici: “che profumo di viole”,

occhio non vede e cuore non duole.

Gianpiero Caldarella

TgClan

Ogni volta che torno in Italia dopo periodi più o meno lunghi, ho la sensazione che è impossibile capire ciò che succede in politica se non si ha una certa confidenza con le dinamiche di funzionamento delle organizzazioni criminali.

Detto in parole povere, le “lezioni” di Carminati (vedi mafia capitale) sul mondo di sopra, di sotto e di mezzo sono più utili di un corso di diritto pubblico, privato o costituzionale se si ha l’intenzione di cogliere la direzione verso cui viaggia questa nostra società. Quello sarebbe il dato reale.corrado

Poi c’è il “Paese apparente”, che è quello che ci raccontano i papaveri istituzionali, quelli che occupano le poltrone che contano, non solo politici, ma anche grandi funzionari, faccendieri e facce di culo. Un Paese dove la corruzione è solo una deviazione e non la regola, dove le mafie meritano meno attenzione del traffico nelle ore di punta, dove la povertà è un tabù di cui è meglio non parlare. Un Paese proprio a-parente, cioè a misura di parente. Dicono che in democrazia i partiti sono necessari. Ok, però potrebbero pure chiamarli Clan. Giusto per evitare equivoci.

Magari un giorno potremmo anche assistere alla comparsa di un Clan Democratico. In fondo non cambierebbe tanto, solo le parole.

Anche i TgClan potrebbero funzionare più o meno allo stesso modo.

Gianpiero Clandarella

La Saguto, Cuffaro e l’“AVVISO AI DIFFAMATORI”. A volte ritornano!

Parliamo io e te. Parliamo della paura”. Con queste parole Stephen King si rivolgeva ai lettori nella prefazione di “A volte ritornano”, la sua prima raccolta di racconti pubblicata nel 1978.

Qualcuno di voi già si chiederà che legame c’è tra il giudice Silvana Saguto, ex presidente della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo e destinataria di un recente provvedimento di sequestro preventivo dei beni, l’ex presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro, sulla cui parabola politica non occorre aggiungere altro e il libro appena citato del maestro dell’horror Stephen King.

Il filo rosso che li lega è proprio quello della paura. Sono i diffamatori che fanno paura alla Saguto, così come facevano paura a Cuffaro.a-volte-ritornano

È di oggi la notizia che i legali di Silvana Saguto, cioè Giulia Bongiorno e Ninni Reina, hanno diffuso questa nota: “Abbiamo ricevuto mandato dalla Presidente Saguto al fine di agire contro tutti coloro che sono responsabili della diffusione di notizie erronee e fuorvianti su un procedimento in cui ancora non sono stati nemmeno depositati gli atti di conclusione delle indagini”.

Silenzio ragazzi! Attenti a quello che scrivete. In effetti la mano mi trema già. Paura?

Poi ripenso a quanto successo nel 2006, quando sul sito dell’ex governatore Cuffaro comparve l’ “Avviso ai diffamatori” che recitava così: “Chiunque abbia divulgato notizie diffamatorie nei confronti dell’on.Cuffaro a mezzo internet, è diffidato a rimuoverle dal proprio sito web. Ricorrendo infatti gli estremi di reato, i colpevoli saranno perseguiti in via giudiziaria, tanto sul piano penale quanto su quello civile per il risarcimento dei danni. In tale direzione, la rete internet è sottoposta ad un attento monitoraggio e sono già state avviate le prime denunce, sia nei confronti dei titolari dei domini, sia nei confronti dei rispettivi internet-provider responsabili in solido. Le somme recuperate saranno integralmente devolute in favore delle famiglie delle vittime di mafia e di altre opere di utilità sociale e caritativa.Continua a leggere

Commemorazioni segrete

Se c’è una cosa che funziona in Italia sono i servizi segreti.

Grazie al loro lavoro possiamo dormire sonni tranquilli, perché la sicurezza dello Stato è nelle loro mani. Mica si tratta di gente che timbra il cartellino e va a fare la spesa al supermercato, qua stiamo parlando di persone che per eccesso di zelo si occupano di garantire pure la sicurezza dei governanti, passati e futuri.

Epperò c’è sempre qualche prevenuto che si incazza perché dice che fanno più del dovuto, ‘sti poveri cristi. Che fino a quando si parlava dei presunti dossier sui magistrati raccolti dal SISMI, uno poteva pensare che tutto sommato pure loro, come personaggi pubblici, non possono pretendere di avere troppi segreti.

E siccome oltre alla sicurezza militare, anche la sicurezza democratica ha una sua importanza, ritorna d’attualità la notizia che pure il SISDE potrebbe aver avuto un ruolo nell’omicidio del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della scorta.00710

Se tutta questa storia fosse la trama di un brutto film di James Bond, verrebbe da dire che la Spectre italiana è la magistratura e che in nome di una presunta sicurezza si ha licenza di uccidere la giustizia.

E noi? Da spettatori possiamo sempre permetterci il lusso di tifare per i cattivi, ma sarebbe bene non dimenticare che siamo anche i minchioni dei produttori, quelli che pagano le tasse, compresa quella per l’ipocrisia di Stato.

Perché le commemorazioni non è che si possono fare in segreto, non sarebbero un buon servizio…

Gianpiero Caldarella

(andato in onda su Radio24 nel 2008)

Affetti collaterali

Voscienza ‘bbenedica, si mittissi comodo ‘nca ora ci dobbiamo infilare un discorso. Vossìa lo sapete megghio di Nuatri che chi canta vittoria senza sapiri quello che sta facendo è come un viddanu contento di dari zappunati ‘mmenzu u mari. È un babbasuni, non ha capito niente! Lo zio Bernardo è dentro, ma loro neanche sanno quello che stanno facendo. Vossìa l’avete vista mai una chiesa che chiude perché muore il prete? Cu campa di simboli ora si può riempire la bocca, ma non la panza, perché tutta questa storia è carta di giornali che prima poi si sputa, perché col tempo perde sapore.POSTER9

Megghio così, megghio far pensare che la Sicilia e l’Italia siano cambiate, megghio far pensare che sono gli uomini a creare le condizioni e non le condizioni a creare gli uomini. E finché ci sono certe condizioni, certi uomini non mancheranno mai. Quello che conta, e lo dice uno che si chiama Denaro, non è la moneta, ma “essere fedeli alla causa”. Ognuno come può. Pare che siamo moschettieri, che lavoriamo tutti per uno e uno per tutti. Invece funziona che sono in molti a lavorare per pochi, e mai per uno solo. Ora dicono che manca il capo. Pare una barzelletta! Ma che fa, nessuno se lo ricorda che anche alla Procura di Palermo manca il capo da più di due stagioni? Davanti al Palazzo di Giustizia che c’è scritto “chiuso per ferie”? E la Sicilia democratica della maggioranza costituita, che si indigna e si batte il petto, quando arriva il momento delle elezioni, con una mano scrive e con l’altra cerca picciuli ‘nta sacchetta. Pare che siamo al nord, che ci pigghia lo scrupolo di tapparsi il naso. Quello che fuori fa puzza, qua fa sciavuru… profumo di fedeltà. I cristiani non ci mancano. Come si dice da queste parti, si chiude una porta e si apre un portone. Per ora Bernardo è dentro, che mischino, si deve pure curare, ma tutto il suo stato maggiore è tornato in libertà nelle scorse settimane: dal Castello a Lipari… Sempre a norma di legge, per carità. Quello che dobbiamo fare adesso, è dare ragione a tutti, perché sappiamo che la ragione ce l’hanno le puttane. E che nessuno si azzardi di avere nostalgia dei pizzini, perché non ce ne sarà di bisogno. O vi siete scordati di come li facciamo entrare e uscire dal carcere? Entrare e uscire, perché nessuno parla da solo. Pure questa dei pizzini sta diventando una moda e i parlamentari, come sempre, sono i primi a prendersi le buone abitudini di casa nostra. Ora vi dobbiamo lasciare, ma ricordate che quando vi diranno: “Addio Pizzini”, potete sempre rispondere: “Avete ragione”. Baciamo le mani.

Gianpiero Caldarella

(pubblicato sul mensile “Pizzino”, n.9, maggio 2006)

“No Mafia No Party No Trame” e l’inchino a Sant’Antonio

Domani non sarò a Lamezia Terme per il Festival Trame (Festival dei libri sulle mafie giunto alla sua sesta edizione) a presentare lo spettacolo “No Mafia No Party” assieme a Matilde Politi. Lo comunico qui solo oggi, ma lo spettacolo è stato annullato circa una settimana fa. Il motivo? Semplicemente una coincidenza, ho dovuto “cedere il passo” a Sant’Antonio da Padova. Già, c’era la festa del santo il 19 giugno, e, da quello che dicono gli organizzatori, sono stati avvisati solo all’ultimo momento di questo “spiacevole disguido”. C’era il rischio che venisse poca gente, mi han detto e in qualche modo non valeva la pena fare questo sforzo. Capisco.lamezia_santantonio

Naturalmente questa cosa cambiava i programmi dato che a fine maggio dall’organizzazione del Festival mi si comunicava via mail le testuali parole: “Confermiamo il nostro interesse per la presentazione del libro “Frammenti di un discorso antimafioso” e relativa presentazione/spettacolo che avremmo inserito nel nostro programma per la domenica 19 giugno Ore 22:30 Chiostro di San Domenico (orario e location da confermare)
In scena. Frammenti di un discorso antimafioso. No mafia no party.” Continua a leggere

L’eredità di Falcone nella terra degli infedeli

La strage di Capaci 24 anni fa segnò la storia di questo Paese. Da allora in poi Falcone diventerà un esempio, un eroe. Prima di quel 23 maggio ’92 per molti era anche un amico e continua ad esserlo. Per tantissimi altri era un avversario da mettere fuori gioco. Per i mafiosi era solo un bersaglio. E loro il bersaglio lo hanno centrato. Ma noi popolo, noi osservatori distratti, noi cittadini spesso inconsapevoli, cosa abbiamo veramente capito della lezione di Giovanni Falcone? Quale eredità raccogliamo dai suoi sforzi? Veramente pensiamo che riempire le piazze di “panze e presenze”, lasciando da parte gli insegnamenti tuttora “scomodi” di Falcone sia un buon modo per ricordarlo?

So benissimo di non essere nessuno per poter parlare di Falcone, quel giorno avevo solo 18 anni, frequentavo l’ultimo anno del liceo a Castelbuono, vivevo in montagna a Isnello e dopo pochi mesi mi sarei trasferito a Palermo per studiare giornalismo e quella è diventata la mia città per una ventina d’anni e passa. E allora che autorevolezza avrei per parlare? Nessuna, e infatti lascerò parlare qualcuno che con Falcone ci ha lavorato fianco a fianco, lo ha visto al lavoro, lo ha intervistato.

Uomini che parlano nel bel documentario di Salvatore Cusimano dal titolo “Nella terra degli infedeli”, proiettato ieri pomeriggio a Isnello (PA) alla presenza dell’autore, in un auditorium pieno zeppo, circa 150 persone. Un documentario delicato nei toni e rigoroso nei contenuti.

Il giornalista Saverio Lodato davanti alla telecamera afferma: “non dimentichiamo che uno dei primi atti che compie Giovanni Falcone da giudice istruttore quando inizia ad indagare seriamente sulla mafia, ma ancora non sa cosa sia la mafia, sa che esiste, ne vede i risultati, ne conta i morti, ne conta le stragi, ne conta i delitti; uno dei primi strumenti che lui decide di adoperare è lo strumento bancario e lui telefona a tutti i direttori di banca di Palermo, di sedi centrali e di agenzie, chiedendo che mandino all’ufficio istruzione di Palermo, tutte le movimentazioni per assegni superiori a un determinato importo. Falcone era convinto che seguendo il denaro si sarebbe trovata la mafia, mentre seguendo la mafia non si sarebbe trovato il denaro”.

Nulla di nuovo direte voi, ma a questo proposito c’è una domanda che vorrei porvi. Il metodo di Falcone quanto ha inciso nella lotta alla corruzione che sembra essere diventata la piaga maggiore di questo Paese? Giudicate voi se quell’eredità è stata raccolta.94

A un certo punto parla il generale della Guardia di Finanza Ignazio Gibilaro e dice: “Le carte parlano e quella capacità di ascoltare le carte era forse uno dei principali vantaggi competitivi che aveva il giudice Falcone. Lui aveva un’esperienza di giudice fallimentare, una capacità di leggere i bilanci, di fiutare il riciclaggio…”.

Per chi non conosce la biografia di Falcone questa sarà un’informazione interessante. Ma a questo punto non posso evitare di pormi un’altra domanda. La sezione fallimentare del Tribunale di Palermo, da Falcone in poi, è riuscita a fare tesoro del suo metodo e a fornire nuovi giudici capaci di incidere nella lotta alla criminalità organizzata? Oppure, come dicono in tanti sotto voce, e come aveva annunciato il giornalista Pino Maniaci prima di essere “esiliato”, sarebbe diventata qualcosa che somiglierebbe a un centro di potere poco trasparente?

Un altro elemento ce lo da il giudice Gioacchino Natoli che aveva lavorato accanto a Falcone nel pool antimafia: “quando si passò dalla struttura militare, dall’ala militare di cosa nostra, alle prime relazioni esterne di cosa nostra in campo amministrativo e soprattutto politico, allora la presa di distanza divenne sempre più ampia, divenne sempre più efficace e trovando sponda anche in talune campagne giornalistiche, cominciarono a mettere in dubbio la figura di Giovanni Falcone, isolandolo, creandogli delle difficoltà che poi sono diventate talmente note che parlarne oggi, a quasi 25 anni dalla sua uccisione, mi sembra addirittura un voler perdere tempo”. Continua a leggere