Un vaccino per Report

Report e quel poco di libera informazione di inchiesta che rimane Italia sono visti da buona parte della politica e dalla grande industria (praticamente una coppia di fatto) come un pericolo da eliminare. Magari con un vaccino. Che poi ne esiste già più di uno: le querele milionarie per diffamazione, la censura di stato, e le puntate “riparatorie”. Che poi già il solo fatto di parlare di puntate “riparatorie” ci sposta sul delicato terreno nella fede, là dove dare la notizia è peccato, ricoprirsi il capo di veline ministeriali è segno del pentimento, non essere cacciati a pedate è segno del perdono.

Tutto è bene quel che finisce bene, ma in questa storia rimane qualcosa, un senso di colpa permanente che vorrebbero inculcare a quei giornalisti che cercano di far bene il proprio lavoro, assumendosene i rischi e con onestà intellettuale, sapendo che si può sbagliare ogni tanto, qualche fonte può essere meno “limpida” di quel che sembrava (succede anche alle procure), qualche tono può essere sopra le righe. Chi per mestiere racconta i fatti sa che non esiste la “clausola” di infallibilità, quella ce l’ha solo il papa. E così il senso di colpa spesso si traduce nel peggiore dei mali per chi esercita la professione di giornalista. Quel male si chiama “autocensura”. Quel male per i poteri forti è il più potente dei vaccini.

Gianpiero Caldarella

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TgClan

Ogni volta che torno in Italia dopo periodi più o meno lunghi, ho la sensazione che è impossibile capire ciò che succede in politica se non si ha una certa confidenza con le dinamiche di funzionamento delle organizzazioni criminali.

Detto in parole povere, le “lezioni” di Carminati (vedi mafia capitale) sul mondo di sopra, di sotto e di mezzo sono più utili di un corso di diritto pubblico, privato o costituzionale se si ha l’intenzione di cogliere la direzione verso cui viaggia questa nostra società. Quello sarebbe il dato reale.corrado

Poi c’è il “Paese apparente”, che è quello che ci raccontano i papaveri istituzionali, quelli che occupano le poltrone che contano, non solo politici, ma anche grandi funzionari, faccendieri e facce di culo. Un Paese dove la corruzione è solo una deviazione e non la regola, dove le mafie meritano meno attenzione del traffico nelle ore di punta, dove la povertà è un tabù di cui è meglio non parlare. Un Paese proprio a-parente, cioè a misura di parente. Dicono che in democrazia i partiti sono necessari. Ok, però potrebbero pure chiamarli Clan. Giusto per evitare equivoci.

Magari un giorno potremmo anche assistere alla comparsa di un Clan Democratico. In fondo non cambierebbe tanto, solo le parole.

Anche i TgClan potrebbero funzionare più o meno allo stesso modo.

Gianpiero Clandarella

La Brexit, Trump, i no-global di oggi e quelli di ieri

Qualcuno dovrebbe dirlo a Donald Trump che è un neo-no-global. E anche a chi ha cavalcato la Brexit e a Theresa May che avrà il compito di guidare il Regno Unito nel prossimo futuro.

Sì, perché in fondo senza le idee no-global questi personaggi non avrebbero avuto successo nelle urne. Gli slogan elettorali erano chiari: la globalizzazione ha prodotto danni incommensurabili, ha arricchito le multinazionali e impoverito i cittadini, cioè le persone.

Una globalizzazione che, stiamo attenti, è figlia della deregulation, del liberismo sfrenato, del lobbismo e che nei momenti critici, a cavallo del 2000, ha sempre strizzato l’occhio alle destre liberiste. Basta pensare alla grande manifestazione contro il G8 a Genova nel 2001 per avere un’idea di come certe cose in fondo le si sapessero già, le sapevamo già. Solo che in quel momento tutti i governi occidentali e il mondo dell’informazione avevano altro a cui pensare, c’erano la grande finanza e le multinazionali che dovevano fare cassa e spartire le mance ai partiti, appoggiati magari da uomini che oggi fanno la voce dura contro la globalizzazione. Uomini che allora non esitavano a definire i no-global come dei violenti anarchici o dei terroristi. Per questo la Diaz e Bolzaneto vennero ritenute dai più come una “giusta” risposta dello Stato.

Immagini della scuola Diaz dopo la "visita" delle forze dell'ordine

Immagini della scuola Diaz dopo la “visita” delle forze dell’ordine

Tutto era diventato un problema di ordine pubblico e l’opinione pubblica poco o nulla seppe delle critiche e delle proposte di ristrutturazione (o riedificazione) del sistema economico che in quegli anni erano maturate. Sistema economico che oggi è al collasso. Si cerca in continuazione di mettere delle pezze, tutti sanno che quell’abito è ormai logoro, ma nessuno vuole ammetterlo.

Cosa cambia allora tra i colorati no-global di ieri e i grigi neo-no-global di oggi?

Tante cose, troppe, a partire dalle politiche razziste (o aspiranti tali) sulle migrazioni. L’impressione è che il mondo si chiuda e non si apra.

Ve lo immaginate quel no-global di Donald Trump mentre dice che “un altro mondo è possibile”?

“Corsi e ricorsi storici” direbbe Vico. “Ritardi e ritardati cronici” direbbe il sottoscritto.

Ora scappo.

Ho un conato.

Gianpiero Caldarella

Odiare la Costituzione

Dicono che il No bloccherà l’Italia.

Lo dicono dal governo, dalle agenzie di rating internazionali, dall’Europa, dalla Casa bianca.

Quello che so è che l’Italia è bloccata da una burocrazia intoccabile e magnaccia.

Quello che so è che l’Italia è bloccata da un familismo amorale e cannibale.

Quello che so è che l’Italia è bloccata da una criminalità organizzata e istituzionale.

Quello che so è che l’Italia è bloccata da evasori travestiti da benefattori e filantropi.

Quello che so è che l’Italia è bloccata da raccomandazioni che sviliscono il merito e l’intelligenza.

Quello che so è che l’Italia è bloccata da partiti dove le dinastie contano più delle idee.

Quello che so è che l’Italia è bloccata dallo sfruttamento dei lavoratori con il benestare di chi non fa i controlli.Microsoft Word - articolo.docx

Quello che so è che l’Italia è bloccata da chi ha trasformato i percorsi di chi chiede giustizia in un girone dantesco.

Quello che so è che l’Italia è bloccata da vecchi rifatti che non mollerebbero la poltrona neanche durante una scossa di terremoto.

Quello che so è che l’Italia è bloccata da giovani rottamatori che strizzano l’occhio a vecchie emerite carcasse.

Quello che so è che l’Italia è bloccata dalla mancanza di regole certe, che durino più di un sonno ristoratore.

Quello che so è che l’Italia non si sbloccherà se tutti quanti non remeremo nella stessa direzione.

Quello che so è (ri)scrivere la Costituzione non può essere un atto di prepotenza.

Quello che so è che se si è soli contro tutti si può anche vincere ma non si riuscirà a convincere nessuno che quella sarà la cosa giusta.

Quello che so è che un giorno potremmo persino odiare la Costituzione.

Gianpiero Caldarella

Abboccamenti ammericani

Madonna è restata a bocca asciutta.madonna

I sondaggisti sono con l’acqua alla gola e invidiano i metereologi.

Renzi alla Casa Bianca già brindava: “Stay sereno Obama, Hillary vincerà”.

Putin sta ancora cercando un regalo giusto. Lettone o ucraina?

Hollande ha finito lo champagne, ma aspetta una vagonata di tappi.

Merkel per amor di patria gli offrirebbe una bionda, ma è sgasata e senza (s)malto.

Salvini sbava come un panda ogm.

Hillary fa i gargarismi mentre Bill per consolarla gli racconta la storia di un certo Rutelli.

Trump raggiunge la terra promessa, ma non ha separato le acque come Mosè. Gli è bastato surfare sulle acque nere. Di merda ne avevano lasciata tanta.

Gianpiero Caldarella

La Saguto, Cuffaro e l’“AVVISO AI DIFFAMATORI”. A volte ritornano!

Parliamo io e te. Parliamo della paura”. Con queste parole Stephen King si rivolgeva ai lettori nella prefazione di “A volte ritornano”, la sua prima raccolta di racconti pubblicata nel 1978.

Qualcuno di voi già si chiederà che legame c’è tra il giudice Silvana Saguto, ex presidente della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo e destinataria di un recente provvedimento di sequestro preventivo dei beni, l’ex presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro, sulla cui parabola politica non occorre aggiungere altro e il libro appena citato del maestro dell’horror Stephen King.

Il filo rosso che li lega è proprio quello della paura. Sono i diffamatori che fanno paura alla Saguto, così come facevano paura a Cuffaro.a-volte-ritornano

È di oggi la notizia che i legali di Silvana Saguto, cioè Giulia Bongiorno e Ninni Reina, hanno diffuso questa nota: “Abbiamo ricevuto mandato dalla Presidente Saguto al fine di agire contro tutti coloro che sono responsabili della diffusione di notizie erronee e fuorvianti su un procedimento in cui ancora non sono stati nemmeno depositati gli atti di conclusione delle indagini”.

Silenzio ragazzi! Attenti a quello che scrivete. In effetti la mano mi trema già. Paura?

Poi ripenso a quanto successo nel 2006, quando sul sito dell’ex governatore Cuffaro comparve l’ “Avviso ai diffamatori” che recitava così: “Chiunque abbia divulgato notizie diffamatorie nei confronti dell’on.Cuffaro a mezzo internet, è diffidato a rimuoverle dal proprio sito web. Ricorrendo infatti gli estremi di reato, i colpevoli saranno perseguiti in via giudiziaria, tanto sul piano penale quanto su quello civile per il risarcimento dei danni. In tale direzione, la rete internet è sottoposta ad un attento monitoraggio e sono già state avviate le prime denunce, sia nei confronti dei titolari dei domini, sia nei confronti dei rispettivi internet-provider responsabili in solido. Le somme recuperate saranno integralmente devolute in favore delle famiglie delle vittime di mafia e di altre opere di utilità sociale e caritativa.Continua a leggere

5 Stelle a Palermo: com’è che i partiti liquidi sono rimasti a secco

La forma è sostanza. L’appuntamento nazionale che il Movimento 5 Stelle si è dato a Palermo il 24 e 25 settembre è stato qualcosa di fuori dall’ordinario, di “eccezionale”, che racconta di un mutamento sociale ed antropologico in atto nella società italiana, o almeno in una sua parte “rilevante”. Starebbe proprio in quest’aggettivo, “rilevante”, la differenza con la storia di altri partiti d’opposizione in Italia, che se da un lato hanno risposto all’esigenza di rappresentatività delle minoranze, dall’altro non si sono mai posti l’obiettivo di superare gli steccati in cui altri li avevano rinchiusi o in cui essi stessi si erano rifugiati. Non è neanche necessario toccare i contenuti per rendersi conto che la “pericolosità” del Movimento, per i partiti tradizionali, non è solo il frutto della qualità delle sue proposte politiche ma soprattutto delle particolari modalità di partecipazione politica.

Cercherò di raccontare per punti quanto ho visto e le riflessioni che ne sono seguite.

Pomeriggio del 24. Parla il sindaco di Torino, Chiara Appendino. I numeri sono da concerto rock

Pomeriggio del 24. Parla il sindaco di Torino, Chiara Appendino. I numeri sono da concerto rock

LA PARTECIPAZIONE. I ragionieri delle cifre possono fare la lotta per anni (100mila? 50 mila? 4 gatti?), ma il dato veramente significativo è che il prato del Foro Italico era gremito di persone, come se fosse il giorno del Festino di Santa Rosalia, patrona della città, o il “grande evento” della visita di Papa Benedetto nel 2010. Ma se in quei casi era la fede a muovere le masse (o la qualità dei gruppi musicali proposti alla fine del Festino), in questo caso era palpabile la voglia di partecipazione politica. Nel capoluogo siciliano in quei giorni era difficile trovare posto in albergo e qualcuno ci ha anche speculato alzando i prezzi, e basterebbe questo indicatore per dirci che, al di là dei dati forniti dalla questura o da qualche organo di stampa, a riempire alberghi e b&b erano persone in carne ed ossa e non profili facebook o troll esaltati. Famiglie venute in autobus da Cosenza con figli al seguito, attivisti friulani che hanno preso l’aereo per venire sino a Palermo, signore ultraottantenni venute dalla Capitale, gruppi di ragazzi scesi dalla Puglia in auto. E tanti siciliani allettati dalla prospettiva di trasformare la Sicilia nella prima regione a guida pentastellata.

Sera del 24. Un relatore sul palco. Tutti in piedi ad ascoltare

Sera del 24. Un relatore sul palco. Tutti in piedi ad ascoltare

Giusto per avere un termine di paragone, è impossibile non pensare alle Feste dell’Unità nazionali, dove i discorsi dei leader (segretario di partito e dirigenti o ministri nel caso di centrosinistra al governo) sono seguiti da una minoranza esigua delle persone che visitano la festa. Cifre a due zeri o a tre quando va bene, ma non certo a 4 zeri come nel caso della kermesse dei 5 stelle a Palermo. Diciamocelo senza ipocrisie, alle feste del PD i più vanno per comprare qualcosa agli stand o mangiare la salamella o ascoltare il gruppo musicale di grido a fine giornata. Sino ad arrivare ad esperienze “stellari” come l’aver invitato (indebitando il partito) quest’anno il capitano Kirk di Star Trek a Bologna per cercare di attirare gente.

Sera del 24. Sul palco salgono i musicisti. Si crea qualche buco sul prato, la gente si siede, qualcuno riposa

Sera del 24. Sul palco salgono i musicisti. Si crea qualche buco sul prato, la gente si siede, qualcuno riposa

Ma il dato più interessante è un altro. Chiunque sia stato al Foro Italico il 24 e il 25 settembre avrà notato che durante i pochi intermezzi musicali molta gente si allontanava dal parco centrale lasciando dei buchi che permettevano ai più pazienti di sedersi e riposarsi un po’. Quando poi tornavano sul palco gli oratori (e ciò vale non solo per i “big” del partito, ma anche per i meno noti parlamentari o i consiglieri regionali) la gente tornava in massa ad avvicinarsi al palco. Questi spostamenti dimostravano che quella gente era lì per ascoltare qualcosa di politico e non per distrarsi una serata. Non mi sembra una differenza da poco.

L’ASCOLTO. Molta gente ha partecipato a questa due giorni non solo per ascoltare, ma per farsi ascoltare. E gli amministratori locali, i consiglieri regionali e i parlamentari del Movimento 5 Stelle non si sono lasciati sfuggire questa occasione.

Uno dei dibattiti. Il pubblico ascolta a distanza ravvicinata

Uno dei dibattiti. Il pubblico ascolta a distanza ravvicinata

Decine di dibattiti molto partecipati sui temi più disparati -dall’immigrazione alle politiche energetiche, dalla lotta alla mafia in giacca e cravatta alle proposte su scuola e università- hanno consentito a migliaia di persone di avere un’idea su quello che il Movimento 5 Stelle propone. Per alcuni di loro è stata una formazione di base, per altri un’occasione per colmare delle lacune, per altri ancora la possibilità di essere ascoltati. I relatori non stavano seduti dietro a un tavolo, ma in piedi, spesso in mezzo alla gente, quasi a voler annullare la distanza fra chi parla e chi ascolta.

Uno dei dibattiti. I parlamentari ascoltano

Uno dei dibattiti. I parlamentari ascoltano

Ma i momenti di confronto tra politici e cittadini continuavano sul prato o su via Messina Marine dove anche i parlamentari giravano tranquillamente senza scorta, senza un codazzo di questuanti, senza preoccupazione, come se fossimo in un qualunque paese europeo. Non c’erano favori da chiedere. Non c’era gente incazzata che rimproverava loro di aver rubato . Praticamente un film inedito (o quasi) in Italia. Continua a leggere