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Netflix e la vendetta degli anti-padrini

Pino Maniaci e Silvana Saguto, volente o nolente, sono diventati delle star. La serie distribuita da Netflix in sei episodi che vede al centro della narrazione due personaggi “simbolo” dell’antimafia, ha fin da subito varcato i confini nazionali. Quella che nasce come una “piccola” storia locale sta lentamente diventando una chiave per aprire le porte che mostrano al mondo cos’è diventata la Sicilia. Non tutta la Sicilia, ma certamente quella che nei decenni ha fatto più parlare di sé, perché questa terra è stata la culla della mafia. 

Francis Ford Coppola con “Il Padrino” ha realizzato un capolavoro anche perché ha messo le mani nel tempo presente, nella contemporaneità. E da decenni ormai, mentre anche la mafia aveva cambiato i suoi connotati, in Italia si continuavano e si continuano a produrre film e telefilm-e molto più raramente documentari o docu-serie-, spesso solo per la tv, che raccontano fatti di sangue vecchi di almeno 30 anni. Certo, la memoria ha la sua importanza, ma per sapere qualcosa dell’oggi ci si è affidati solo alle inchieste delle pochissime trasmissioni che portano avanti questo genere di giornalismo in Italia, da Report a Presa Diretta a poco altro. Nulla di veramente “trasversale” e tantomeno di internazionale.

Adesso, con la docu-serie “Vendetta – Guerra nell’antimafia”, ideata e realizzata tra l’altro da due giovani registi siciliani, Davide Gambino e Ruggero Di Maggio, la Sicilia e Palermo tornano a lanciare un messaggio che ha il sapore dell’universalità. E guardacaso non è più la mafia, ma l’antimafia a diventare l’oggetto della narrazione. Narrazione che è precisa, chirurgica, finemente documentata, esteticamente ed antropologicamente accattivante, stilisticamente vicina al modello di giornalismo anglosassone che distingue i fatti dalle opinioni. Insomma, gli autori conoscono bene il loro mestiere e sanno cosa raccontare.

Ma noi non viviamo a New York per cui possiamo farci un’idea di Mister Maniaci solo dopo aver visto la serie, né viviamo a Parigi per cui possiamo parlare di Madame Saguto alla stessa maniera.

Avevamo già le nostre idee, e qualcuno di noi, come il sottoscritto, ha raccontato i suoi dubbi quando tutto questo è iniziato, quando sono comparse la foto di Maniaci sui tg e in prima pagina di qualche quotidiano dell’isola accanto alle foto di mafiosi arrestati tra Partinico e Borgetto nella stessa operazione. Sono molti gli articoli che ho scritto in quel lontano maggio e giugno 2016 su Maniaci. Era un argomento scottante; solo a raccontare quello che non convinceva di quella rappresentazione mediatico-giudiziaria o a ricordare gli effettivi meriti sin lì avuti da Maniaci nel narrare quanto altri sapevano ma non volevano dire, si veniva tacciati di essere dei “novelli garantisti”, dei “fastidiosi” e tanto altro. Altri guai capitarono allora ad associazioni antiracket come “Libero Futuro”, e uno dei responsabili come Enrico Colajanni, si vide costretto a fare lo sciopero della fame. Insomma, il clima non era proprio sereno.

Maniaci fu massacrato su giornali e tg e, come spesso accade, la sua vittoria nel processo di primo grado per l’inconsistenza dell’accusa di estorsione -resta la condanna per diffamazione- passò quasi in sordina. 

La giudice Silvana Saguto, invece, forse per ignoranza mia, non era considerata un simbolo. Sì, da anni si discuteva dei beni sequestrati e di come quasi sempre andassero in rovina, ma come spesso succede per le mancanze o i disastri dello Stato, dalla sanità alla viabilità a tutto il resto, difficilmente si associa un volto a una responsabilità. Ne iniziò a parlare Maniaci e uscì “dall’anonimato”, ma perlopiù era sempre un nome noto ai soli addetti ai lavori. Quando la sua foto uscì sui giornali e nei tg, in pochi la difesero. Perché? Forse perché non era un simbolo, ma un ingranaggio, sia pur molto importante, del sistema. 

E adesso, grazie a questa serie, abbiamo avuto la possibilità di conoscere la sua voce, il suo guardaroba, la sua casa, i suoi familiari, le sue ragioni e il suo modo di esporre quelle ragioni. La frase che più mi rimane impressa è: “sono furibonda”. Mai un ripensamento, un attimo di esitazione, qualcosa che facesse pensare al fatto di avere qualche dubbio sulla sua condotta. Una donna tutta d’un pezzo, che si muove nelle aule dei tribunali come una leonessa nella foresta. Una donna abituata a detenere lo scettro del comando, eppure nella ricostruzione dei fatti che le gira intorno e che il tribunale in primo grado ha ritenuto di condannare a otto anni, difficilmente è un personaggio nel quale gli spettatori potranno identificarsi.

E qui viene fuori la domanda ai miei conterranei: è un’eccezione la dottoressa Saguto oppure questo tipo di “baldanzosità” la si può riconoscere anche in altri “potenti” che reggono le sorti dell’isola? Qui il discorso si fa prettamente antropologico e mette da parte gli aspetti giudiziari o criminali. Sì, perché la sensazione è che se gli atteggiamenti della Saguto sono replicabili in altri ambiti dell’amministrazione della cosa pubblica, la questione da porci è: che tipo di persone siamo noi? 

Siamo sudditi che quando il padrone alza la voce ci nascondiamo sotto il tavolo, o siamo cittadini in grado di vedere, sentire e parlare di conseguenza? Il tempo delle tre scimmiette -non vedo, non sento e non parlo-sembra essere finito con gli omicidi eccellenti di mafia. E adesso? È solo una guerra nell’antimafia o è una guerra nello Stato quella che si profila all’orizzonte? E non sto parlando semplicemente di veleni nelle procure, o guerra tra procure diverse, o equilibri politico-economici che si contendono il territorio. Nello Stato, che lo si voglia o no, siamo compresi noi cittadini.

Per chiudere, tornando alla docu-serie “Vendetta”, se ha avuto l’effetto di creare delle star, regalando un boccone amaro a quanti avrebbero voluto che “il caso Maniaci” si dimenticasse in fretta, ha avuto anche il merito di dire che la Sicilia non è più terra di padrini destinati a diventare popolari anche oltreoceano.

Il palco di Don Vito Corleone adesso è occupato dal dottore.

Oppure è Don Vito ad essere diventato dottore?

Gianpiero Caldarella

La Saguto, Cuffaro e l’“AVVISO AI DIFFAMATORI”. A volte ritornano!

Parliamo io e te. Parliamo della paura”. Con queste parole Stephen King si rivolgeva ai lettori nella prefazione di “A volte ritornano”, la sua prima raccolta di racconti pubblicata nel 1978.

Qualcuno di voi già si chiederà che legame c’è tra il giudice Silvana Saguto, ex presidente della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo e destinataria di un recente provvedimento di sequestro preventivo dei beni, l’ex presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro, sulla cui parabola politica non occorre aggiungere altro e il libro appena citato del maestro dell’horror Stephen King.

Il filo rosso che li lega è proprio quello della paura. Sono i diffamatori che fanno paura alla Saguto, così come facevano paura a Cuffaro.a-volte-ritornano

È di oggi la notizia che i legali di Silvana Saguto, cioè Giulia Bongiorno e Ninni Reina, hanno diffuso questa nota: “Abbiamo ricevuto mandato dalla Presidente Saguto al fine di agire contro tutti coloro che sono responsabili della diffusione di notizie erronee e fuorvianti su un procedimento in cui ancora non sono stati nemmeno depositati gli atti di conclusione delle indagini”.

Silenzio ragazzi! Attenti a quello che scrivete. In effetti la mano mi trema già. Paura?

Poi ripenso a quanto successo nel 2006, quando sul sito dell’ex governatore Cuffaro comparve l’ “Avviso ai diffamatori” che recitava così: “Chiunque abbia divulgato notizie diffamatorie nei confronti dell’on.Cuffaro a mezzo internet, è diffidato a rimuoverle dal proprio sito web. Ricorrendo infatti gli estremi di reato, i colpevoli saranno perseguiti in via giudiziaria, tanto sul piano penale quanto su quello civile per il risarcimento dei danni. In tale direzione, la rete internet è sottoposta ad un attento monitoraggio e sono già state avviate le prime denunce, sia nei confronti dei titolari dei domini, sia nei confronti dei rispettivi internet-provider responsabili in solido. Le somme recuperate saranno integralmente devolute in favore delle famiglie delle vittime di mafia e di altre opere di utilità sociale e caritativa.Continua a leggere

L’editoria, i piccioli, Maniaci e Giacchetto (parte 2)

Giuseppe Amato, titolare della “Gap srl” e socio di “Novantacento”, sentito dagli inquirenti, ha ammesso: “la Gap S.r.l., per potere lavorare con il C.I.A.P.I. e con Italia Lavoro Sicilia Spa, doveva accettare le condizioni da lui dettate…omissis…l’ampio margine di discrezionalità su cui poteva contare il GIACCHETTO ci ha convinti a riconoscergli delle provvigioni particolarmente onerose per evitare conseguenze dannose per la nostra azienda (rimanere esclusi dagli investimenti pubblicitari del C.I.A.P.I. e/o di Italia Lavoro Sicilia Spa)”).

Se con Maniaci l’ipotesi era quella di ricevere “le mille lire” in cambio di un ammorbidimento della linea editoriale, per il sistema Giacchetto, l’ipotesi sarebbe quella di ricevere denaro pubblico per non essere esclusi, per evitare il danno. Bella forma di prevenzione.

Al di là degli aspetti penali, che in questo momento è poco importante analizzare dato che il processo, diviso in vari tronconi, molto probabilmente finirà con una bella prescrizione che farà felici tutti. L’accusa di truffa si prescriverà infatti a novembre, mentre nel 2017 andranno in prescrizione i presunti episodi di corruzione. Le uniche contestazioni che potrebbero arrivare in Cassazione -ma ci vorrebbe uno sprint finale alla “Nibali”- sono quelle per associazione a delinquere e quelle legate a reati fiscali.

In realtà, dal punto di visto giornalistico, bisognerebbe chiedersi come mai solo queste testate (che sono già tante) e non altre hanno ricevuto dei soldi grazie a questo sistema. Perché allora nessuno si è posto questa domanda e di questo processo si è parlato così poco? Meglio interessarsi alle “mille lire”? E i milioni di euro pagati con soldi pubblici ce li scordiamo? La parabola della pagliuzza e della trave non renderebbe a sufficienza la disparità di chiarezza nel trattamento delle due vicende.

Maniaci e Giacchetto diventano due paradigmi per capire il funzionamento dell’editoria in Sicilia.

Illustrazione di Elena Ferrara dal libro "Passaggio di testimone" (Navarra Editore)

Illustrazione di Elena Ferrara da “Passaggio di testimone” (Navarra Edit.)

A questo proposito, è interessante registrare le considerazioni di uno degli esclusi da questo sistema Giacchetto, una testata che il “danno” non l’ha potuto evitare. In un’editoriale dell’anno scorso di SiciliaInformazioni, a proposito delle possibili motivazioni di questi incassi pubblicitari si legge: “Perché è questa la cosa che fa impressione, che i sopravvissuti, invece che fare perdere le tracce di sé, farsi dimenticare e ricominciare un’altra stagione, annunciano giorno dopo giorno punizioni per i malviventi, e sollecitano – questa è proprio da libro di storia – una sobria conduzione delle risorse pubbliche. Provate a spiegarvi come avrebbe fatto Faustino a mettere in piedi il grande slam della formazione se non avesse goduto della convinta adesione dei partecipanti al desco?” (http://www.siciliainformazioni.com/redazione/197583/sistema-giacchetto-passata-e-la-tempesta-e-furbastri-fan-festa).

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L’editoria, i piccioli, Maniaci e Giacchetto (parte 1)

I piccioli, i soldi, arrivano dalla pubblicità. Lo sanno bene gli editori, grandi e piccoli. E lo sanno benissimo gli ex editori, quelli che di sostegno pubblicitario ne hanno avuto ben poco fin quando mantenevano in vita giornali e riviste che non facevano sconti a nessuno, che facevano del loro rigore e della loro “intransigenza” il loro biglietto da visita.

Volendo fare un paragone, possiamo dire che l’esperienza del giudice Giovanni Falcone è stata “bombardata” prima ancora della strage di Capaci grazie a una lunga campagna di delegittimazione e l’esperienza di Pippo Fava e del suo giornale “I Siciliani”, prima ancora che arrivasse il piombo delle pistole, è sempre stata “minata” da un’indifferenza “ostile” degli inserzionisti. Poca pubblicità, a volte niente, sia dal pubblico che dal privato.

E dal momento che stiamo parlando di Sicilia, terra che storicamente ha costruito -ed esportato- il modello mafioso, essere rigorosi giornalisticamente non può non significare che occuparsi di mafia ad ogni livello, non solo quello criminale e senza compiacenze. E dopo “I Siciliani” possiamo parlare al passato di “Casablanca”, di “Pizzino”, di Cyberzone e di altri, di editori che stentano tra debiti, querele e mancanza di piccioli, come i “Siciliani Giovani” di Riccardo Orioles che resistono come fossero dei missionari, pur producendo dell’ottimo giornalismo o come lo storico quindicinale “L’Obiettivo” di Castelbuono, investito da querele milionarie nell’indifferenza generale. E sì, il giornalismo è una cosa, i piccioli sono un’altra.

Poi a un certo punto viene “beccato” Pino Maniaci che porta avanti una piccola tv locale a Partinico, Telejato. Poca pubblicità, che spesso viene pagata in ritardo, 17 anni di lavoro sul territorio, una parte della famiglia a rischiare in questo delicato ruolo in un territorio difficile, 366 euro (guardacaso sembrano proprio 300 + iva al 22%) pagati da un sindaco nel corso di un’intercettazione ambientale che abbiamo visto tutti e Maniaci diventa un “presunto estortore”, un “pataccaro”.

I giornalisti “con le mani libere” esercitano così il loro ruolo di critica, un concerto di certezze. Uno stralcio interessante è quello pubblicato su “LiveSicilia” il 13 maggio dal suo direttore, un giornalista di lunga esperienza che non ha bisogno di presentazione, Giuseppe Sottile. Scrive il direttore: “Nessuno qui si azzarderà a definire “gentuzza” gli uomini dell’antimafia, anche se dentro la compagnia di giro ci ritrovi qualche pataccaro, come (…) quel Pino Maniaci, che per anni si è spacciato come giornalista coraggioso ed è finito sotto inchiesta per estorsione: secondo la procura di Palermo sparava fuoco e fiamme ma, sottobanco, prometteva benevolenza soprattutto a chi aveva la compiacenza di allungargli la mille lire.” (http://livesicilia.it/2016/05/13/ma-quella-che-urla-e-antimafia-o-la-claque-dei-processi-politici_747651/) Continua a leggere

Pino Maniaci, Frank Zappa e i tagliatori di teste

Si propone di eliminare la forfora tramite la decapitazione”. Tranquilli, non è una frase di Pino Maniaci, ma di un suo illustre “compaesano”: Frank Zappa. Suo padre era originario di Partinico e la sua fama di genio eclettico e ribelle è ancora un vanto per quella cittadina che a Frank ha anche dedicato una via. Al di là dei successi musicali, Zappa aveva una cosa in comune con Maniaci, anzi due: i baffoni e un po’ di grane con la giustizia. Nel 1963 fu accusato di associazione a delinquere per la produzione di materiale pornografico. Accusa che si rivelò infondata ma che non impedì a quel geniaccio di soggiornare per una settimana nelle patrie galere a causa di un reato minore. Nel 1985 poi fu costretto a difendersi davanti al Senato degli Stati Uniti per le accuse mossegli da un’associazione di genitori convinta del fatto che l’opera di Zappa rappresentasse un’offesa al buon costume. In quell’occasione pronunciò la frase sulla decapitazione che avete letto prima. Il linguaggio di Zappa non era certo “politically correct” e per questo subiva molte attenzioni da parte delle autorità e degli aspiranti “censori”. Ma sulla qualità della sua musica e delle sue composizioni, c’è poco da dire. Ascoltare Zappa è ancora un piacere.54d540396974b94487453454281ea

Veniamo adesso a Pino Maniaci, e alla qualità delle sue “composizioni giornalistiche”. Il combattivo cronista di Partinico, infatti, è stato dipinto in questi giorni come uno che faceva giornalismo per ritagliarsi un ruolo da “estortore”, o presunto tale. Attenzione, non stiamo parlando di un giornalista denunciato per fare un “doppio lavoro”, ma di un giornalista accusato di intimidire dei sindaci per estorcere denaro in cambio di un presunto “ammorbidimento” della linea editoriale.

Entrando nella redazione di Telejato, due giorni fa, Letizia Maniaci -cioè la figlia di Pino-, mi ha però confermato che nessun investigatore ha messo i piedi in quella redazione da quando è scoppiato lo scandalo per avere copia dei servizi trasmessi da Telejato. Né tantomeno lo ha fatto (e probabilmente non rientrava nei suoi compiti) l’Ordine dei Giornalisti. Un po’ come dire che la musica di Frank Zappa offende la morale pubblica senza avere mai ascoltato un suo disco.

Sì, va bene, ma ci sono i sindaci di Partinico e di Borgetto che lo “inchioderebbero” alle sue responsabilità, che erano talmente intimiditi, secondo gli inquirenti, da pagare di tutto e di più.

Eppure, nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa nei giorni successivi, il sindaco di Partinico, Salvo Lo Biundo ha affermato che “Telejato deve continuare il suo lavoro perché sotto l’aspetto delle accuse contro la mafia ha operato nel massimo delle sue potenzialità” e che “Telejato non ha mai risparmiato la mia persona. Dice cose inesatte chi paventa intrecci tra me e Maniaci: invece io venivo attaccato costantemente mediaticamente e politicamente nella mia attività amministrativa.” Gli fa eco l’assessore comunale alla Pubblica Istruzione, Giovanni Pantaleo, il quale afferma che anche lui “pagava” Pino Maniaci: “anche a me li chiedeva per mantenere la sua emittente e io ho contribuito: 20-30 euro per la bolletta della luce e per comprare il latte ai cagnolini o per aiutare qualche persona che si rivolgeva a lui. Ma ciò non significava sottostare a un ricatto ma era un modo per aiutare una televisione e un personaggio coreografico.” Durante un consiglio comunale a Partinico si è anche parlato della presunta amante di Maniaci affermando che è stata aiutata per “carità cristiana” e non per costrizione. Poche centinaia di euro per fare le pulizie date ad una madre con una figlia disabile. Se sono state commesse delle scorrettezze ai danni di qualcun altro avente diritto è giusto comunque che vengano accertate e che paghi chi di dovere. Continua a leggere

Maniaci, le intercettazioni e “le vite degli altri”

Il dibattito sulle intercettazioni in Italia dura ormai da anni. Forse, più che il dibattito sarebbe meglio dire lo scontro, visto che anche su questo tema ci si è spesso divisi sulla base di un atteggiamento manicheo. Tutto buono o tutto marcio. La vicenda processuale di Pino Maniaci si sta rivelando estremamente delicata anche per la luce (o le ombre) che getta su tante altre questioni. Una di queste è quella delle intercettazioni. L’avvocato Bartolomeo Parrino, nel corso di un’intervista negli studi di Telejato (http://www.telejato.it/home/cronaca/caso-maniaci-parla-lavvocato-difensore-bartolomeo-parrino/), approfondisce la questione ponendo degli interessanti quesiti che investono tanto il dibattito parlamentare sulle intercettazioni quanto la deontologia professionale di chi fa informazione. L’avvocato Parrino afferma (a partire dal minuto 7’30”):

Dobbiamo preoccuparci di un utilizzo dei mezzi di intercettazione quando questi diventano così invasivi, così pericolosi che a prescindere da quello che è il loro rapporto rapporto col processo penale, la loro incidenza nel fatto/reato, diventano uno strumento solo per delegittimare.

A questo proposito voglio dire che mi viene da pensare, da interprete del diritto, siccome si discute sulle intercettazioni telefoniche, io ritengo anche da avvocato che le intercettazioni telefoniche siano uno strumento fondamentale di indagine investigativa, uno strumento del quale non si può fare a meno. Mi viene da pensare che un utilizzo così spregiudicato delle intercettazioni probabilmente mira a rimettere in discussione la stessa legge. In altri termini, voglio dire che in realtà le stesse persone che utilizzano spregiudicatamente le intercettazioni, probabilmente sono quelle che ne vogliono la modifica legislativa, le vogliono abolire o comunque le vogliono modificare, perché sennò ci sarebbe sicuramente un’attenzione massima all’utilizzo di uno strumento così delicato. E questo lo ribadisco perché ho avuto modo già di dirlo quando è venuta fuori quell’intercettazione che riguardava il presidente delle misure di Prevenzione sui figli di Borsellino. Un’intercettazione che si può criticare quanto si vuole, ma che non doveva essere pubblicata, un intimo pensiero, convincimento di un soggetto nell’intimo della sua privacy che viene pubblicato e dato in pasto alle persone.Immagine48

L’inquietudine dell’avvocato circa un possibile rapporto tra uso spregiudicato delle intercettazioni e le proposte di restrizioni all’uso delle stesse non pare fondata sul nulla. In più, la precisazione sul fatto che la pensava (e lo affermava) allo stesso modo anche quando sono venute fuori le intercettazione sulla giudice Silvana Saguto che parlava dei figli di Paolo Borsellino, dovrebbero far cadere ogni possibile illazione sul “garantismo a convenienza”. Continua a leggere

Maniaci, la mafia nelle redazioni e la Commissione Antimafia

Si può parlare di “informazione contigua, compiacente o perfino collusa con le mafie”? Sì, lo afferma la Commissione parlamentare antimafia nella relazione dedicata a “Mafia, giornalismo e mondo dell’informazione” resa pubblica i primi di agosto del 2015, meno di un anno fa.

Certo, una relazione della quale non si è parlato tanto, certamente non quanto si è discusso del caso Maniaci, eppure un intero capitolo di quella relazione, il quarto, porta come titolo “I condizionamenti all’informazione”. Lì si parla -tra gli altri fatti documentati- delle frequentazioni tra l’ex direttore del Giornale di Sicilia, Federico Ardizzone, e l’ex capo della cupola Michele Greco, il “Papa”. Si parla dell’ex cronista di nera Montaperto dello stesso giornale che, per sua stessa ammissione, “era una sorta di public relation man di alcune storiche famiglie dell’aristocrazia mafiosa, i Teresi e i Bontate”. Si parla della partecipazione del condirettore del GdS, Giovanni Pepi, al matrimonio di Pino Lipari, considerato il ministro dei lavori pubblici di Provenzano. Per non parlare di quanto succedeva sull’altra sponda della Sicilia, quella orientale, dove a regnare è il quotidiano La Sicilia e il suo editore/direttore Mario Ciancio Sanfilippo. In un episodio fra i tanti di cui si parla, si racconta “la vicenda del pesante intervento di Ciancio nei confronti di un giovane redattore del suo giornale, Concetto Mannisi, che alla presenza di uno dei capi di cosa nostra catanese, Giuseppe Ercolano, fu pesantemente redarguito da Ciancio che gli disse «tu non devi più nominare questa persona come boss mafioso anche se te lo dovessero dire i Carabinieri!». Chiaramente l’azione fu assolutamente intimidatoria e venne fatta di concerto con la volontà del capomafia (Giuseppe Ercolano che era presente all’incontro fra Ciancio e Mannisi, ndr.).”

Bene. Quel documento che dovrebbe essere un punto di partenza per chi vorrebbe capirne qualcosa di più su queste “relazioni pericolose”, sembra non interessi nessuno. Un giorno dopo la pubblicazione era già dimenticato. È molto più facile concentrarsi sulle vicende personali e sentimentali di Pino Maniaci. Guardacaso in quella relazione si parla anche di lui.commissione antimafia

Una volta lo fa il giornalista de la Repubblica Enrico Bellavia, sentito dalla Commissione il 18 luglio 2014. In quell’occasione, Bellavia afferma: “Io ho avuto la grande fortuna di lavorare in una grande città, Palermo, il che consente comunque un certo anonimato nel privato. Cosa diversa è per chi lavora in un piccolo centro. Penso al collega Dino Paternostro a Corleone, a Cosimo Di Carlo a Corleone, a Pino Maniaci a San Giuseppe Jato e a Partinico… In un posto piccolo il boss lo incontri al bar. Al bar lui sa quanti cannoli comprerai per andare a pranzo dalla suocera, dove vanno a scuola i tuoi figli, che percorso fanno, chi frequentano, chi vedono, quali interessi hai coltivato nella tua vita, dove hai comprato casa, quali terreni hai, se vai in campagna il sabato, se ci vai la domenica, se zappi da solo, se sei in compagnia del contadino, se raccogli l’olio, da chi ti servi per il frantoio, da chi hai comprato il trattore e dove custodisci il trattore...”(pag.7)

Bellavia, con grande onestà intellettuale, parla di un contesto difficile. Il suo vantaggio rispetto ad altri cronisti che operano nei piccoli centri, sarebbe quello di godere di “un certo anonimato nel privato”. E, se ci pensate bene, proprio a partire dal privato, si è cercato di delegittimare mediaticamente l’operato di Maniaci. Continua a leggere

Il caso Maniaci: complotto giudiziario?

L’anomalia del “complotto giudiziario” ipotizzato da Maniaci non si può afferrare se non si comincia a chiarire il quadro degli interessi che stanno dietro ai beni confiscati.

Circa la metà dei beni confiscati in Italia si trovano in Sicilia, ben 5500 alla fine del 2013 (fonte dataninja http://ilmattinodisicilia.it/9690-mappa-beni-confiscati-sicilia/) . Continuando coi numeri, l’80 % di questi beni cioè più di 4500 si trovano a Palermo e provincia. Segue Catania e provincia con poco più di 600 e chiude la classifica Enna 55 beni confiscati.

Giusto per capirsi, tra i comuni con capoluogo, la sola Partinico, cioè il territorio dove opera Maniaci, si colloca al terzo posto, con circa 130 beni confiscati. Più del doppio di tutta Enna e provincia. In qualche modo per chi si è occupato di fare informazione sul quel territorio, come Telejato, occuparsi dei beni confiscati non significa occuparsi astrattamente della questione per mettere il naso sui metodi utilizzati dal Tribunale, in particolare dalla sezione Misure di Prevenzione, presieduta fino a poco tempo fa dal giudice Silvana Saguto. No, piuttosto che costruire i teoremi, a Telejato bastava osservare le stranezze del quotidiano, che in una cittadina come Partinico sono ancora più difficili da camuffare che in una città come Palermo. Tutti sanno tutto, molti hanno convenienze, nessuno parla. Le regole del gioco sono vecchie.Saguto-Giustizia-624-1

Qualcuno di voi si chiederà come mai a Palermo c’è una tale concentrazione di beni confiscati? La risposta potrebbe essere che, al di là della fragilità del sistema economico a Palermo la magistratura inquirente agisce da più tempo e con più efficacia. Non è un caso che i suoi modelli investigativi sono presi ad esempio dalle procure di tutto il mondo. Però, come spesso succede anche nelle famiglie c’è una generazione che costruisce e un’altra che dilapida i patrimoni. Perché questi patrimoni bisogna gestirli e lì con una certa ingenuità di chi ha fatto le regole -e una certa scaltrezza di chi le ha applicate- una fetta della magistratura ha dovuto sostenere, per certi versi, il doppio compito di arbitro e giocatore, di controllore e controllato. Continua a leggere

Il caso Maniaci e la tutela delle fonti. Turchia docet

Lo ammetto. Il dettaglio forse più importante era sfuggito anche a me. Questo caso è così anomalo da aver creduto che Maniaci fosse il possibile obiettivo di una ritorsione del sistema giudiziario contro un giornalista che aveva avuto il coraggio e la faccia tosta di aprire il vaso di Pandora del Tribunale di Palermo, o meglio, di alcune sue componenti che agivano in modo non proprio trasparente. Il caso Saguto, le misure di Prevenzione, gli annunci di inchieste sulla sezione fallimentare. Tanti, troppi interessi da gestire e molta discrezionalità che sembra sia sconfinata nell’arbitrio. Dal punto di vista mediatico, poi e paradossalmente, Maniaci sembra aver realizzato un sogno per noi giornalisti: l’unità della categoria. Tutti contro di lui. Perché a pensarci bene in questi anni o decenni ogni volta che un big della politica è stato intercettato ci sono sempre stati giornali e tv con linee editoriali pro e contro. Chi difendeva Dell’Utri e chi lo attaccava. Chi difendeva Penati e chi lo attaccava. Garantisti e giustizialisti. Sempre divisioni. Stavolta no. Tutti contro. Nell’unico caso che ricordo di un giornalista che è andato incontro a guai giudiziari come Renato Farina, l’agente “Betulla” che lavorava per i servizi segreti, anche lì c’era chi lo difendeva e chi continuava a farlo lavorare sottobanco, o sotto pseudonimo, anche quando non avrebbe potuto.

“Guardate come parla Maniaci” ripetono in tanti. “Ad uno così non si doveva permettere di fare il giornalista” sottoscrivono altri. Ok, ammettiamo, per ipotesi, che Maniaci non sia degno, ma le notizie che ha dato sui beni confiscati non sono fuffa. Sennò sarebbe stato già stato denunciato per questo dalle persone che accusava. E quelle notizie le ha potute dare perché aveva delle fonti che si fidavano di lui.Turkish government to take control of major opposition newspaper

LE FONTI, quelli che gli hanno permesso di scoprire il grande imbroglio che gira attorno ai beni confiscati. Mi chiedo: adesso chi li sta proteggendo? Sì perché ogni volta che gli inquirenti entrano dentro una redazione per aprire i cassetti della scrivania di un giornalista che ha rivelato notizie riservate, succede che l’Ordine dei Giornalisti, l’Fnsi e tutti gli organi preposti a far rispettare le garanzie dovute a chi fa questo mestiere, fanno giustamente la voce grossa. In questo caso, con Maniaci intercettato per due anni, le sue fonti non sono più un “segreto” per chi ha potuto ascoltare le sue conversazioni e se, gli ambienti delle indagini non sono impermeabili, come farebbe supporre la conversazione del prefetto Cannizzo con la giudice Saguto -la dove si afferma che Maniaci “ha le ore contate”- questi nomi potrebbero essere arrivati a chi di dovere. Eppure la mia impressione è che l’Ordine dei Giornalisti, cui sono iscritto, non ha speso molte parole sulla tutela di queste fonti. Continua a leggere

Maniaci, Impastato e il domani.

OGGI. 366 euro incassati da Pino. Tutti pronti a sentenziare e giù i titoloni sui giornali: “non c’è alcun dubbio, si tratta di un estorsione!” 366 euro?

IERI. Il cadavere di Peppino trovato vicino a binari della ferrovia. Anche allora tutti hanno sentenziato per giorni e giorni: “non c’è alcun dubbio, stava preparando un attentato!” Un bombarolo?peppinoimpastato2

DOMANI. La speranza di imparare qualcosa dalla Storia, che granitiche convinzioni non vengano più spacciate per verità sulla base di un “basta sentire come parla” o “basta vedere con chi si accompagna”. Altro che estrema mancanza di finezza o estrema sinistra. Fino a che un tribunale non si sarà espresso su questa vicenda (visto che la Storia insegna che anche gli inquirenti possono sbagliare, figuriamoci i giornalisti), quello che si intravede in questa storiaccia è solo un’estrema ipocrisia e una strana volontà di liquidare in fretta come “tutto marcio” quanto è stato costruito in decenni di sacrifici. L’atto di dubitare è un atto rispettabile e non dovrebbe mai essere bollato come “garantismo a matula” o “neogarantismo” per screditare chi si pone delle domande, spesso senza entrare nel merito delle questioni che vengono poste. Anzi dirò di più: il dubbio nobilita l’uomo, “l’uomo di rispetto” mortifica il dubbio.

Gianpiero Caldarella