Un vaccino per Report

Report e quel poco di libera informazione di inchiesta che rimane Italia sono visti da buona parte della politica e dalla grande industria (praticamente una coppia di fatto) come un pericolo da eliminare. Magari con un vaccino. Che poi ne esiste già più di uno: le querele milionarie per diffamazione, la censura di stato, e le puntate “riparatorie”. Che poi già il solo fatto di parlare di puntate “riparatorie” ci sposta sul delicato terreno nella fede, là dove dare la notizia è peccato, ricoprirsi il capo di veline ministeriali è segno del pentimento, non essere cacciati a pedate è segno del perdono.

Tutto è bene quel che finisce bene, ma in questa storia rimane qualcosa, un senso di colpa permanente che vorrebbero inculcare a quei giornalisti che cercano di far bene il proprio lavoro, assumendosene i rischi e con onestà intellettuale, sapendo che si può sbagliare ogni tanto, qualche fonte può essere meno “limpida” di quel che sembrava (succede anche alle procure), qualche tono può essere sopra le righe. Chi per mestiere racconta i fatti sa che non esiste la “clausola” di infallibilità, quella ce l’ha solo il papa. E così il senso di colpa spesso si traduce nel peggiore dei mali per chi esercita la professione di giornalista. Quel male si chiama “autocensura”. Quel male per i poteri forti è il più potente dei vaccini.

Gianpiero Caldarella

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